Israele di nuovo nel caos: il fallimento di Bennett e Lapid

@Haim Zach - WikiMedia Commons - License CC BY-SA 3.0

di Antonio Panzone

Una rivoluzione terminata prima del tempo. Dopo un solo anno, il trentaseiesimo  governo d’Israele è caduto. Con una conferenza congiunta, i due premier incaricati, Naftali Bennett e Yair Lapid, hanno annunciato il 29 giugno lo scioglimento della Knesset, il Parlamento israeliano. Sarà Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid, ad avere il compito di traghettare il Paese verso le elezioni di ottobre, le quinte in tre anni.

L’enorme flusso di forze concentrate all’interno della coalizione anti-Netanyahu (e le conseguenti differenze di vedute, anche radicalmente opposte, su alcuni temi) hanno contribuito a rendere questo governo un esperimento interessante, ma mal congeniato.

Le cause della caduta

Ci sono stati vari fattori che hanno portato alla caduta di questo governo, già fragile di per sé con una maggioranza di soli 61 deputati su 120 nell’assemblea legislativa israeliana, l’unica Camera del Paese. Con una maggioranza così risicata, è già tanto che il governo abbia resistito fino ad ora. Sono bastati due ritiri dalla maggioranza per far crollare questo complesso apparato: prima Idit Silman, poi Nir Orbach (entrambi membri di Yamina), con la loro defezione hanno reso impossibile per il governo continuare il proprio lavoro. 

Altro scossone che ha minato le fragili basi della coalizione è stata la decisione del partito arabo-israeliano Ra’am, il 17 aprile 2022, di congelare il proprio status di membro di quest’ultima, a seguito della, sempre presente, politica occupazionista e segregazionista nei confronti della popolazione palestinese. Negli ultimi mesi, infatti, si sono verificati episodi di violenza da parte di Israele: le retate all’interno della moschea di Al-Aqsa durante l’ultimo Ramadan, la durissima rappresaglia dell’esercito israeliano con attacchi missilistici sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania, l’aumento dei raid notturni nelle aree abitate dai palestinesi e, ultima, ma non meno importante, la morte (che secondo un rapporto dell’UNHCR è stata provocata intenzionalmente) della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh per mano di un agente delle IDF (Israel Defense Forces). 

Da non sottovalutare, infine, la variabile Bibi. Netanyahu ha infatti convinto i suoi alleati alla Knesset a votare contro una nuova estensione quinquennale delle regole che pongono l’operato dei coloni israeliani in Cisgiordania sotto la giurisdizione del diritto civile israeliano e non della legge marziale, che controlla invece la vita degli arabi nei territori occupati. Di solito l’estensione è automatica e non comporta alcun dibattito, ma Netanyahu e i suoi alleati hanno espresso un voto contrario nonostante la loro posizione politica favorevole ai coloni. Una mossa astuta, dato che Bibi era già a conoscenza del fatto che i quattro esponenti arabi del governo di coalizione non avrebbero mai potuto votare in favore dei diritti speciali per i coloni: il provvedimento è stato bocciato, portandosi dietro Bennett, Lapid e la loro maggioranza.

Annus mirabilis: cosa è stato raggiunto in un anno

Secondo alcuni dati emersi da un sondaggio pubblicato lo scorso ottobre 2021 dall’Israel Democracy Institute (“Israel Democracy Index”), i primi mesi della premiership di Bennett hanno sicuramente contribuito ad alimentare la fiducia nelle istituzioni israeliane. Per fare degli esempi, il presidente di Israele, Isaac Herzog, è stato il secondo più alto nella classifica di gradimento degli israeliani con il 58%, simile al 56% registrato nel 2020, mentre il governo ha guadagnato alcuni punti percentuali, salendo al 27% rispetto al 25% del 2020, quando al governo c’era Netanyahu. Per quanto riguarda gli arabi israeliani, invece, data la presenza di Ra’am (Lista araba unita, il partito arabo-israeliano guidato da Mansour Abbas) all’interno della coalizione, la fiducia verso il governo è passata dal 14% del 2020 al 28% del 2021. 

Alla domanda su quali fossero le tensioni sociali più gravi, il 46% dei partecipanti al sondaggio ha nominato quelle tra cittadini ebrei e cittadini arabi; nel 2020, solo il 28% si era espresso in tal senso e, per la prima volta dal 2016, questa opinione è la più supportata. Tuttavia, si tratta di un’opinione sostenuta più dalla popolazione arabo-israeliana (64%) che da quella ebrea (42,5%). Il pubblico ha anche mostrato una significativa preoccupazione per la stabilità del governo e della democrazia, con il 44% degli ebrei israeliani e il 75% degli arabi che lo hanno considerato in pericolo alla data del sondaggio. 

Sul piano interno, per il leader di Yamina (coalizione di partiti di destra ed estrema destra), l’obiettivo principale è stato sempre quello di differenziarsi e porre una distanza con l’operato di Benjamin Netanyahu: il sostegno di Ra’am all’esecutivo, da questo punto di vista, rappresenta già di per sé una notevole differenza rispetto al passato. Con Bennett si è avuta l’approvazione del primo bilancio di Stato in tre anni; è stata annunciata un’apertura di svariate zone industriali al confine con la Palestina e sono stati lanciati dei piani per potenziare il Paese dal punto di vista tecnologico. 

Per quanto riguarda la politica estera, il governo Bennett ha proseguito con il cambio radicale della postura israeliana in Medio Oriente. Analizzando le relazioni bilaterali con la Turchia, le quali vanno verso la normalizzazione, con la già annunciata nomina dei rispettivi ambasciatori e la visita in Turchia del presidente Herzog lo scorso febbraio, Israele ha valorizzato in primis gli scambi energetici. Secondo uno studio del CeSi: “L’ascesa dell’Iran come potenza regionale ha spinto Israele a una maggiore ricerca di integrazione e/o cooperazione (diretta e non) con tutti quei Paesi che un tempo erano considerati la principale minaccia alla sua sicurezza nazionale, ma con cui oggi condivide alcune preoccupazioni e approcci comuni ai problemi». L’allargamento di questa partnership a dimensioni non strettamente belliche, come avvenuto con gli Accordi di Abramo, segna un’ulteriore evoluzione della strategia israeliana verso nuovi partner e obiettivi. 

Infine, l’integrazione di Israele in alcuni meccanismi e forum multilaterali evidenzia come il Paese sia pronto a proporsi come un attore affidabile nella tutela e nella promozione dei cosiddetti common goods che stanno alla base della sicurezza alimentare, energetica e militare del Medio Oriente. Tuttavia, la cosa che preme di più sottolineare è ciò che Israele è riuscita a fare nel corso della guerra russo-ucraina: smarcandosi dagli Stati Uniti, Bennett e Lapid hanno portato il Paese ad agire da piccola potenza globale senza preclusioni, bilanciando perfettamente il sostegno offerto alla causa ucraina, pur preservando un certo grado di neutralità.

Previsioni per il futuro

Per ciò che concerne il futuro, l’unica cosa certa è che sarà Yair Lapid il traghettatore del Paese verso le prossime elezioni, le quinte in tre anni. 

È opinione certa e condivisa che sarà difficile per Bibi ritornare al potere, così come sarà difficile riformare un’alleanza contro di lui delle stesse dimensioni di quella capeggiata da Bennett e Lapid. Tuttavia, secondo un’analisi, «il mutato clima globale, con i toni da nuova contrapposizione globale tra le potenze, con la crescita di influenza dei “neoconservatori di sinistra” nelle stanze di potere di Washington e il ritorno in auge dei Repubblicani Usa che mirano alla riconquista della Casa Bianca nel 2024, può in questo contesto causare smottamenti anche sulla politica israeliana, rendendo più solida la posizione di Netanyahu agli occhi di blocchi di potere, come quello democratico degli Stati Uniti, che nei suoi ultimi mesi di governo lo hanno avversato. Tutto sembra prefigurato affinché la portata rivoluzionaria dell’esecutivo che ha provato a stabilizzare Israele vada presto a esaurirsi e che la politica di Tel Aviv scivoli nuovamente in un tutti contro tutti. Con gravi ripercussioni sulla proiezione del Paese e sulla stabilità regionale».

La visita recente di Joe Biden nel Paese si è rivelata utile soprattutto per Lapid, il quale ha sicuramente avuto un’occasione per rafforzare la propria figura e la propria leadership in vista delle prossime elezioni che, secondo il diritto israeliano, dovranno tenersi entro e non oltre 90 giorni dallo scioglimento della Knesset. Al termine della visita, i due hanno siglato la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”, un documento che non contiene grosse novità riguardanti le relazioni tra Usa e Israele, ma che risulta molto importante per il contesto e il momento in cui essa è stata firmata.

Difficile dire quali saranno le conseguenze: Benjamin Netanyahu avrebbe un’ulteriore possibilità di ricandidarsi, dato che il governo appena sciolto non è riuscito in nessun modo a elaborare e a far approvare una legge che permettesse l’incandidabilità di quest’ultimo; tuttavia, resta comunque complicato anche per Bibi formare una coalizione che gli permetterebbe di tornare al potere dopo un anno di assenza.

 

 

Fonti e approfondimenti

Arab News, “Israel’s parliament to dissolve, Foreign Minister Lapid to become prime minister“, 20/6/2022.

Arab News, “Israeli parliament votes to dissolve, hold new elections“, 28/6/2022.

Gaiardoni, Andrea, “Israele, nuova crisi di governo“, Il Bo Live UniPD, 27/6/2022.

Galili, Lily, “Israël : pourquoi la «coalition du changement» ne valait plus la peine d’être sauvée“, Middle East Eye, 27/6/2022.

Jacobson, Kenneth, “The significance of the Jerusalem Declaration“, Times of Israel, 15/6/2022.

Labed, Yasmine, “Gerusalemme: nuovi scontri nel complesso della moschea Al-Aqsa“, Opnio Juris, 7/5/2022.

Martini, Elia Preto, “L’evoluzione della politica estera di Israele in Medio Oriente“, CeSi, 28/3/2022.

Shamdasani, Ravina, “Killing of journalist in the occupied Palestinian territory“, OHCHR, 24/6/2022.

Volpini, Emanuele, “Israele: crisi di governo e ritorno alle urne“, CeSi, 27/6/2022.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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