Niente di nuovo sul fronte Orientale?

Tra il 14 e il 20 settembre la Russia e la Bielorussia hanno dato luogo ad un’imponente esercitazione militare intitolata “Zapad 2017”. Mosca organizza ogni anno questo tipo di manovre sul suo vasto territorio e, in particolare, Zapad si tiene con una cadenza quadriennale sul fianco occidentale della Federazione; la precedente edizione si è svolta nel 2013.

Lo scopo dell’esercitazione è quello di testare le capacità di risposta delle forze armate russe ad un attacco proveniente da Occidente e di aumentare il loro livello di preparazione e integrazione con le forze armate della Bielorussia; non a caso in russo Zapad significa Ovest.

Quest’anno Zapad si è rivelata un grande successo per Mosca. Di fatto, le esercitazioni militari non sono mai esclusivamente un modo per mantenere alto il livello di preparazione delle forze armate di un Paese, ma il loro fine ultimo è anche quello di dimostrare ad eventuali avversari la propria capacità di operare con efficacia in un contesto bellico, scoraggiando l’ipotesi di un attacco diretto. Sotto questo aspetto la Russia è riuscita ad andare ben oltre i propri obiettivi.

Truppe russe durante Zapad 2017
Truppe russe durante Zapad 2017

Già diversi mesi prima dell’inizio di Zapad, i media e i governi occidentali avevano gonfiato la portata dell’esercitazione, arrivando a parlare di 100.000 soldati pronti ad essere dispiegati per prendere parte alla manovra, sottolineando inoltre un deficit di trasparenza da parte di Mosca. Il Documento di Vienna firmato nel 2011 in seno all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), di cui la Russia è uno dei Paesi firmatari, stabilisce un limite di 13.000 soldati oltre il quale l’attività di esercitazione deve essere soggetta ad osservazione internazionale. Tuttavia in base a quanto dichiarato dalla Russia solo 12.700 effettivi hanno partecipato a Zapad 2017, un numero quindi inferiore al limite stabilito dal Documento OSCE.

La quantità reale di militari che ha preso parte all’operazione deve essere ancora verificata. In effetti, ci sono diversi modi in cui la Russia può aver caomuffato il reale dispiegamento di forze nel corso della manovra (come ad esempio dividere l’esercitazione in diverse operazioni parallele), ma sicuramente le dimensioni reali di Zapad non rispecchiano quanto strombettato dai media occidentali.

Mathieu Boulègue, ricercatore presso il Royal Institute of International Affairs – Chatham House, ha sottolineato come il Cremlino possa ora affermare quanto sia erronea la percezione che l’Occidente ha della Russia, accusando quindi i media di eccessivo allarmismo e di isteria. Dopotutto, dimostrare che la NATO è dalla parte del torto è sempre di più un elemento centrale della startegia politica di Mosca.

In effetti, Zapad 2017 si è soprattutto focalizzata sui concetti militari di comando, controllo e integrazione. La capacità di dispiegamento di forze era invece già stata testata in occasione della precedente edizione nel 2013. In particolare, l’esercitazione ha sperimentato la capacità delle forze armate Russe di combattere nel contesto di due diverse situazioni. La prima fase ha infatti simulato uno scenario di conflitto asimmetrico, in cui le forze di Mosca e di Minsk si sono impegnate nel respingere un fittizio attacco da parte di paramilitari e gurriglieri pro-occidente. La seconda sezione si è invece concentrata su uno scenario di conflitto convenzionale.

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Mezzi blindati russi nel corso di Zapad 2017

Zapad 2017 ha dimostrato alla NATO quanto alto sia il costo di un conflitto aperto con la Russia e approfondito ancora di più il senso di insicurezza dei Paesi dell’Alleanza al confine con la Federazione; ma oltre ad evidenziare la preparazione e il rafforzamento del proprio esercito, il Cremlino ne è uscito come vincitore morale, potendo parlare di isteria anti-russa da parte dei media e dei governi occidentali.

Nonostante questa dimostrazione di forza, la NATO dispone ancora di un evidente superiorità militare in termini di effettivi e mezzi dispiegabili. L’alleanza Atlantica ha infatti collocato nell’anno passato diversi battaglioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, che, per quanto ridotti nel loro numero, fanno intendere alla Russia quanto l’Alleanza sia decisa ad innescare l’articolo 5 della NATO nel caso di una seria provocazione da parte di Mosca.

Malgrado l’indubitabile superiorità di forze dell’Alleanza Atlantica, c’è un aspetto della guerra in cui la NATO si sta rivelando per il momento in svantaggio, ossia il concetto di guerra ibrida: la guerra ibrida unisce il rafforzamento e l’utilizzo di forze convenzionali con l’impiego di cyber attacchi e propaganda. Il suo scopo è quello di aumentare lo stato di insicurezza della popolazione di un Paese avversario e di destabilizzarne la società.

Si tratta di una dottrina militare che è stata messa in atto da Mosca sin dall’Annessione dell’Ucraina e che sta rapidamente dimostrando quanto la NATO non sia ancora in grado di dare una rispotta efficace alla guerra informatica.

Il 30 agosto in alcuni territori della Lettonia si è verificata un’interruzione delle comunicazioni durata ben sette ore. Si è trattato di un attacco DDoS (Distributed Denial of Service), un sistema che consiste nell’aumentare artificiosamente il traffico sulle reti di comunicazione al fine di intaccarle. Il Governo lettone afferma che ad effettuare l’attacco sia stata la Russia, probabilmente in connessione all’esercitazione Zapad.

Episodi di questo genere si verificano di frequente anche in Ucraina, affiancati spesso da informazioni false diffuse dalla Russia. Stessa cosa è accaduta lo scorso ottobre in occasione delle elezioni politiche in Montenegro (l’ultimo Stato ad entrare nell’Alleanza Atlantica) dove per l’appunto si è verificato un episodio, poi fallito, di DDoS.

In realtà anche in questo caso la NATO possiede enormi mezzi per contrastare questa minaccia. Come afferma Philip Breedlove, ex comandante dell’Alleanza: “La NATO ha un enorme potenziale in termini di cyber guerra. Ciò che manca è una politica ben definita”. Di fatto l’Alleanza non ha ancora elaborato un quadro di risposte possibili ad eventuali attacchi informatici, limitando quindi la capcità offensiva dei paesi NATO nel contesto della guerra ibrida.

Tuttavia, alcuni Paesi come la Lettonia e l’Estonia stanno prendendo diverse misure. Il Ministero della Difesa Lettone, in collaborazione con il Ministero dell’Educazione, sta dando il via ad un esteso programma di educazione con lo scopo di istruire la popolazione alla guerra mediatica e dell’informazione. In Estonia invece, al completamento del loro addestramento, i coscritti ricevono SMS falsi per verificare il loro livello di analisi critica di fronte ad ordini falsi, come per esempio quello di rivelare la propria posizione (un metodo già utilizzato dai russi in Ucraina).

In un teatro di guerra informatica e di propaganda la migliore arma è certamente l’istruzione della popolazione. Solo con cittadini capaci di verificare ed analizzare criticamente informazioni false e strumenti di propaganda si può ridurre la minaccia posta dalla guerra ibrida del Cremlino. Taavi Kotka, ex Chief Information Officer del Governo Estone, ha affermato: “Penso che ogni Paese debba avere la propria cyber guerra. I cittadini ottengono conoscenza su cosa sia un attacco informatico, su come funziona un DDoS e imparano a conviverci. La gente non è più spaventata quando capisce che può sopravvivere a qualcosa. È come un black-out; è un inconeveniente, ma si sa come farvi fronte! ”

Zapad

 

Fonti e approfondimenti:

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