Dentro le maras: il radicamento in America centrale

In questo articolo approfondiremo le condizioni in cui si trovavano i Paesi del Triangolo Nord nel periodo in cui sono iniziate le deportazioni di massa dagli Stati Uniti e il conseguente radicamento delle maras in quei territori.

Le deportazioni

Iniziate negli anni Novanta, le deportazioni dagli Stati Uniti aumentarono drasticamente nel XXI secolo. Dal 2001 al 2010, 129 726 individui con precedenti penali furono rimandati in America centrale, oltre il 90% dei quali nel Triangolo Nord. Insieme a loro vi erano anche centinaia di migliaia di immigrati illegali. Negli anni successivi, i numeri dei deportati sono aumentati e la pratica è ancora in funzione.
La maggior parte dei repatriados ha vissuto di nuovo l’introduzione in una realtà ostile e sconosciuta, in cui le opportunità di guadagno erano più ridotte di quelle presenti negli Stati Uniti qualche decennio prima. Alcuni hanno riprodotto le strutture e i comportamenti che avevano dato loro supporto e sicurezza, rifondando le loro gang. In questo modo, le maras MS-13 e M-18 si sono stabilite nelle grandi città in El Salvador, Honduras e Guatemala.

È stato il governo statunitense a determinare indirettamente la propagazione di queste pandillas in America centrale, esercitandovi ulteriori pressioni. Infatti, Washington aveva già contribuito a destabilizzare la regione tramite l’importazione di armi e il sostengo a colpi di stato, a schieramenti nelle guerre civili e a determinate scelte politiche ed economiche sin dalla seconda metà del XIX secolo.

La disuguaglianza

L’importazione di gang statunitensi ha esacerbato una violenza già presente. Questa è stata ereditata dalle guerre civili e della militarizzazione del territorio, ma soprattutto dalle disuguaglianze e divisioni mai risolte.

Disuguaglianza non vuol dire solo povertà. È un fenomeno strutturale, che delinea le barriere che impediscono l’accesso di tutti a mezzi legittimi per ottenere successo economico. Inibisce lo sviluppo di reti sociali di sostegno e produce stress e frustrazione, che insieme tendono a generare violenza. Di conseguenza, dove la disuguaglianza economica è più alta e l’assistenza sociale è minore, il tasso di violenza è maggiore.

La disuguaglianza è alimentata dal razzismo, nella sua delimitazione degli strati sociali, e dalla corruzione del potere, che asseconda i bisogni delle classi bianche più agiate. Per la maggior parte della popolazione regnano invece la povertà e la precarietà, la mancanza di opportunità di lavoro, di mobilità sociale e di servizi sociali di base. Nelle zone urbane povere mancano spazi e strutture da dedicare ad attività culturali e ludiche e la veloce crescita non regolamentata ha creato enormi quartieri bidonville.

Le maras si sono radicate nelle zone marginali proprio grazie alle loro carenze. L’abbandono di queste aree da parte dello Stato risale all’epoca coloniale, quando le masse di meticci vi si stabilirono per cercare un modo per sostentarsi, in una società che non prevedeva per loro alcuna normalizzazione, in quanto le uniche caste che avevano un posto definito erano i bianchi e gli indigeni – anche se questi si trovavano sotto un regime di schiavitù e sfruttamento.

Il mondo dei giovani

Negli anni Novanta, all’indomani dei conflitti interni, oltre un terzo della popolazione dei tre Paesi aveva tra i dieci e i ventiquattro anni e vi era un elevatissimo tasso di abbandono scolastico nell’insegnamento secondario. Di conseguenza, tanti ragazzi si ritrovavano per strada e diventavano potenziali membri delle nuove maras.

L’ambiente famigliare ha giocato e continua a giocare un ruolo fondamentale nella propensione ad aderire a queste organizzazioni criminali  nelle zone in cui queste si sono radicate, dal momento che vi sono poche o nulle opportunità di uscita e mancano meccanismi di protezione dei giovani.

La povertà, i conflitti e la marginalizzazione contribuiscono a indebolire le famiglie. Generazioni intere sono cresciute avendo intorno a loro solo relazioni violente, senza sviluppare rispetto nei confronti delle norme sociali e delle autorità. Non avendo più la famiglia né la scuola come rifugio, e conoscendo la violenza come unico modo di relazionarsi, la pandilla è diventata subito una casa. Questa, con le sue espressioni violente, offriva un senso di comunità e di appartenenza, oltre alla possibilità di ottenere rapidi guadagni.

Le armi

Nel contesto regionale, a partire dagli anni Sessanta si sono instaurati dei traffici illegali di armi. Allora, la domanda proveniva dagli Stati e dalle contro-guerriglie, mentre oggi proviene dai settori della criminalità.

Nel Triangolo Nord è più facile acquistare legalmente un’arma piuttosto che trovare un impiego formale. Per ottenerne uno, bisogna presentare tutti i documenti in regola, l’atto di nascita e gli antecedenti penali. Per comprare una pistola basta una carta d’identità. Non sorprende dunque la diffusione dei lavori informali – che occupano oltre l’80% della popolazione in età lavorativa – e delle adesioni alle organizzazioni criminali.

Inoltre, la Costituzione del Guatemala è tra le uniche tre al mondo a sancire il diritto al porto d’armi, insieme agli Stati Uniti e al Messico. La cultura delle armi e della forza è infatti radicata in alcune zone della regione sin dai tempi coloniali, là dove mancava un controllo effettivo da parte delle autorità.

Lo Stato e le forze dell’ordine

Finite le guerre civili, il tessuto sociale era lacerato, la violenza e la miseria erano molto diffuse e la disuguaglianza crebbe in modo esorbitante. Inoltre, vi erano centinaia di migliaia di armi disponibili, istituzioni deboli e forze di sicurezza smantellate. Gli organi statali non attuarono le riforme necessarie al ritorno alla democrazia, né ripulirono del tutto le proprie file da chi aveva commesso crimini durante i conflitti. Tutto ciò ha impedito di arginare l’incremento della criminalità. Inoltre, le priorità di ordine erano altre e inizialmente le nuove pandillas passarono dunque inosservate.

Nella regione, la mancanza di organi che controllino specificatamente l’operato della polizia ha lasciato spazio ad atti di brutalità e di corruzione da parte di questa, e al suo abbandono di certe zone marginali. Con questi presupposti, le maras hanno sfidato le forze dell’ordine sostituendole nell’uso della forza e nel controllo del territorio. Inoltre, approfittando degli stipendi bassi dei poliziotti, li hanno spesso messi contro un muro: o diventavano complici o sarebbero stati uccisi.

Paradossalmente, per tutti questi motivi, una volta firmati gli accordi di pace, la regione è entrata progressivamente in una crisi di sicurezza maggiore rispetto alla fase precedente. 

L’egemonia delle maras

Le pandillas esistevano già da tempo nel Triangolo Nord, sotto forma di piccoli gruppi di quartiere poco organizzati. Queste sono state schiacciate o assorbite dalle maras, che importarono la cultura delle gang statunitensi e le reti criminali stabilite in prigione. La stessa sorte è toccata agli altri gruppi i cui esponenti sono stati deportati dagli Stati Uniti. Tra le strade dell’America centrale si sono dunque ritrovate principalmente la MS-13 e la M-18.

L’appeal dei brand losangelini

I nuovi arrivati avevano un aspetto e uno stile di vita di grande impatto. I tatuaggi, i vestiti larghi, la vida loca e la mancanza di censura dei mareros irruppero in società post-guerra, grigie e intrappolate nella miseria. Intorno a loro si creò un’aurea di fascinazione, di rispetto e di timore. Molte delle cose che raccontavano o che indossavano, per un giovane cresciuto in un settore di basso reddito nel suo Paese, erano fino ad allora realtà relegate alle riviste e alla televisione. In determinate zone, diventare marero era un sogno, un’opportunità di ascensione non replicabile altrimenti.

I graffiti rappresentanti i simboli dei gruppi si sparsero per le città e le maras acquisirono successo e visibilità. Nell’aprile del 1993, durante una partita di calcio tra El Salvador e Messico, vi fu un gol dei primi e le telecamere si girarono verso gli spalti per inquadrare uno striscione che alludeva alla MS-13. La telecronaca si riferì all’orgoglio patrio, a testimonianza della potenza sociale che ebbero le maras quando iniziarono ad apparire, ma soprattutto quando i loro effetti nefasti non si erano ancora manifestati.

Le costrizioni spaziali

Vi è un dato dal quale è fondamentale partire per capire l’evoluzione di questi gruppi criminali: essi non reclutano forzatamente membri, ma sono i giovani che vi aderiscono volontariamente. Tuttavia, vi era e vi è tuttora un meccanismo coercitivo più sottile nel decidere di appartenere a una mara. Sono state le relazioni spaziali a rendere le adesioni molto comuni e l’abbandono molto complesso. Gli spazi di transito e di convivenza sono infatti molto limitati nelle zone di fascia bassa dove sono radicate queste forme di criminalità. Diventare un membro è alle volte anche una questione di sopravvivenza. Inoltre, fuggire dalla pandilla è quasi impossibile: chi lo fa o lascia il Paese o si nasconde in altre zone marginali anch’esse controllate dalle stesse organizzazioni, oltre a essere soggetto alle dure regole interne dei gruppi, in cui risuona il motto “mara o muerte”.

La crescita del fenomeno

In Salvador, Honduras e Guatemala, non solo le condizioni sono state favorevoli a un radicamento delle maras, ma nel primo decennio a partire dal loro arrivo vari fattori ne hanno spinto la crescita: innanzitutto la mancanza di politiche di reinserimento sociale per i rimpatriati, poi l’inefficienza nell’affrontare la criminalità e la miseria e infine le successive risposte di forza dei governi, che approfondiremo in uno dei prossimi articoli. È da sottolineare il fatto che Washington nascose degli elementi delle deportazioni di massa, non rivelando i precedenti penali dei repatriados, e che i governi non capirono il fenomeno o lo sottovalutarono.

A cavallo tra i due millenni, vi è stato un consolidamento delle MS-13 e M-18 nel Triangolo Nord, che si sono trasformate in organizzazioni criminali giovanili diverse sia da quelle esistenti a Los Angeles sia da quelle fino ad allora presenti nella regione. Da allora, il fenomeno è enormemente cresciuto, diventando il problema più impellente per i tre Paesi.

 

Fonti e approfondimenti

Fürst, Antilla, “Dentro le maras: le origini”, Lo Spiegone, 07/05/2020

Cruz, José M., “Las pandillas, “una mafia de pobres que van en contra de otros pobres””, Plaza Pública, 13/12/2017

Insight Crime, “Perfil de Guatemala”, 09/03/2017

Canora, Maria, “Entre maras: inseguridad y violencia en Centroamérica”, El Orden Mundial, 19/03/2018

Wheeler, William, “How the Us helped create El Salvador’s bloody gang war”, The Guardian, 10/01/2020

 

 

 

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