Dentro le maras: la risposta dei governi

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L’urgenza di affrontare il fenomeno delle maras risiede nei suoi elevatissimi tassi di violenza, che incidono negativamente sullo sviluppo e la vita quotidiana nel Triangolo Nord.
Tuttavia, si tende a percepire erroneamente questi gruppi criminali come gli unici responsabili della violenza. Questa retorica permette ai governi locali di distogliere l’attenzione da problemi più radicati, quali la corruzione, la fragilità delle istituzioni pubbliche e la diseguaglianza. D’altronde, sono proprio questi fattori che hanno determinato il radicamento di tali organizzazioni nella regione. Implementare politiche contro le maras e non affrontarne le cause strutturali ha vanificato ogni sforzo per arginare il fenomeno criminale.

Le politiche di mano dura

A partire dal 2002, i governi di Guatemala, El Salvador e Honduras hanno optato per delle politiche di reazione repressive, cosiddette di mano dura, che inizialmente fruttarono molto consenso da parte degli elettori. Questo approccio affrettato e superficiale alla questione delle maras è stato determinato dalla volontà dei governi di poter vantare risultati veloci, soddisfacendo in questo modo le richieste popolari di “far qualcosa” contro la violenza.

Attraverso queste strategie di “pulizia sociale”, gli Stati hanno dichiarato guerra alle maras. Tramite la militarizzazione delle forze dell’ordine, hanno perseguitato in modo spietato questi gruppi. Per sostenere tale repressione, i Paesi hanno indurito i loro codici penali dando il via ad arresti di massa e basati sul semplice sospetto, legato all’apparenza, di appartenere a una mara. I pandilleros hanno visto aumentare drasticamente le loro pene e molti di loro sono stati vittime di esecuzioni extragiudiziarie da parte delle forze dell’ordine.
Le suddette riforme hanno violato le costituzioni nazionali, la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia – vista la maggioranza di minorenni nelle pandillas-, il principio di presunta innocenza e il diritto a un trattamento eguale dinanzi a un processo.  

Gli effetti della mano dura

A partire dal 2011, visto che i tassi di violenza e di omicidi invece che diminuire continuavo ad aumentare, i governi hanno allentato l’implementazione di queste politiche.
È il risultato del rafforzamento delle maras e della maggiore libertà di azione, oltre la discrezionalità, data alle forze dell’ordine per combattere contro di loro. In questo quadro, sono aumentate le violazioni dei diritti umani e riapparsi gli spettri dei recenti conflitti armati.

Per effetto di tali misure, le prigioni si sono sovraffollate, cadendo sotto il controllo delle pandillas stesse, che hanno potuto riorganizzarsi, reclutare e rafforzarsi.

Inoltre, gli arresti di massa hanno contribuito alla criminalizzazione indiscriminata dei giovani uomini che abitano nelle zone marginalizzate. D’altro canto, la detenzione basata sull’apparenza ha fatto capire ai mareros quanto fossero appariscenti. Ciò li ha portati ad abbandonare progressivamente i loro codici estetici per mimetizzarsi di più.  

Le maras hanno dunque dimostrato una grande capacità di adattamento dinanzi alle politiche implementate dai governi contro di loro. Per di più, l’attacco frontale ha spinto le gang a doversi rifornire di armi, avvocati per i processi, soldi per le famiglie dei morti e per il sostentamento in prigione. Per finanziare questi bisogni, i gruppi hanno incrementato le attività criminali di estorsione.

L’inadeguatezza delle misure di mano dura risiede nel loro attacco agli effetti e non alle cause di questo fenomeno criminale: ossia alla violenza e non alle carenze strutturali degli ambienti in cui si sono radicate le maras e che spingono i giovani a entrarvi.
Le prime due grandi manovre politiche contro le maras, le deportazioni dagli Stati Uniti e l’implementazione regionale delle politiche di mano dura, hanno dunque avuto l’effetto contrario a quello voluto, aumentando il fenomeno nel Triangolo Nord.

La tregua

Sebbene le politiche di reazione abbiano dominato le strategie contro le maras, vi sono state altre azioni di contenimento. Nonostante le grandi controversie legate alla loro legittimità, vi sono stati alcuni tentativi di negoziato tra governi e maras per cessare la violenza in cambio di manovre in loro favore. Uno dei pochi governi che ha intrapreso una simile tregua è stato quello di Funes nel Salvador nel 2012. Le maras Salvatrucha e Barrio 18 accettarono di cessare il fuoco, permettendo uno degli anni meno violenti nella storia recente del Paese. Questo accordo è stato mantenuto il più possibile nascosto, viste le forti critiche allo scendere a patti con i criminali da parte della società civile. Sotto tali pressioni e per timore del rafforzamento dell’immagine delle maras, la tregua è stato sciolta nel 2014. L’anno successivo, i tassi di omicidi raggiunsero il record mondiale.

Il governo successivo di Sánchez Cerén ha adottato nuove misure di mano dura, cancellando ogni sviluppo ottenuto durante la tregua. 

Secondo la MS13, gli errori principali della tregua sono stati l’entità limitata dei compromessi e la segretezza dell’accordo. Nel 2017, questo gruppo ha manifestato la volontà di negoziare la propria disarticolazione con il governo, in cambio di politiche per il reinserimento dei propri membri nella società. Sia la sfera politica che quella sociale si sono opposte. Già nel 2013 la M-18 e la MS-13 honduregne avevano chiesto le stesse condizioni, dichiarando una tregua tra di loro e rendendosi disponibili per un dialogo con il governo, che non colse l’occasione. La volontà di questo compromesso nasceva da un contesto estremo: tra il 2010 e il 2014, l’Honduras aveva contato più omicidi che durante tutto il XX secolo.

Sviluppi successivi

Gli Stati Uniti e il Messico hanno fornito cospicui fondi all’America centrale nella prevenzione contro le maras, in quanto in parte responsabili di uno dei loro maggiori problemi interni: le migrazioni. Tuttavia, la maggior parte dei programmi implementati non hanno dato grandi risultati e i governi nordamericani continuano ad attuare deportazioni di massa.

Dopo il fallimento delle politiche di mano dura, i tre governi hanno accostato alla persistente repressione misure di prevenzione della violenza. Nel 2016, l’Honduras ha creato una commissione per riformare le forze di polizia visti i loro altissimi tassi di corruzione. Tuttavia, la commissione non aveva il diritto di processare e questo ha vanificato i suoi sforzi.  

Il nuovo paradigma di Bukele

L’attuale presidente di El Salvador ha centrato, come tanti altri, la sua campagna elettorale anche sul problema delle maras. Ciononostante, criticando le misure di mano dura dei suoi predecessori, ha dichiarato di voler cambiare il paradigma nella lotta al crimine organizzato. La sua proposta è stata quella di affrontare le pandillas per  quello che sono, ossia un problema sociale legato alle carenze. Ciononostante, il governo ha continuato a implementare anche misure aggressive.
El Salvador ha chiuso il 2019, e sta per chiudere il 2020, con i tassi di omicidi più bassi da anni. Il governo di Bukele se n’è preso il merito, guadagnando una forte popolarità nel Paese. Tuttavia, dietro a questo risultato, oltre alla volontà regionale delle pandillas di ridurre la violenza, è stato svelato un nuovo negoziato segreto tra il governo e le maras.

La battuta d’arresto alla lotta contro la corruzione

Uno dei fattori strutturali che ha aiutato il radicamento e il rafforzamento delle maras è la corruzione lacerante di cui patisce il Triangolo Nord. E il problema dell’insicurezza non può essere risolto se persiste la corruzione negli apparati statali giudiziali e di sicurezza.

Il 2019 ha segnato la fine di un breve periodo durante il quale organismi locali e internazionali hanno lottato tenacemente contro la corruzione nel Triangolo Nord. In parallelo, l’impegno statunitense per combattere la corruzione nella regione è svanito sotto l’amministrazione di Donald Trump, concentrata sulla possibilità e volontà di tali Paesi di fermare i flussi migratori.

In Honduras e in El Salvador, gli organi di lotta alla corruzione hanno visto diminuire le loro competenze. In Guatemala, è stata espulsa la Comisión Internacional Contra la Impunidad (CICIG). Questa aveva raggiunto dei traguardi molto importanti, condannando uomini d’affari e politici, oltre a numerosi rappresentati delle maras. A partire dal 2009, il Paese ha vissuto una diminuzione delle cifre legate alla violenza e al crimine, attribuibile proprio al suddetto rafforzamento dell’impalcatura legale e investigativa. Tuttavia, l’espulsione della CICIG e la politica dell’attuale presidente Giammattei di stampo manodurista potrebbero invertire il corso dei progressi ottenuti.

Il crollo di questi meccanismi di lotta contro la corruzione rischia di neutralizzare gli sforzi attuati in tale ambito, lasciando la strada libera a nuovi picchi di criminalità e violenza.

Il bisogno di superare le strategie attuali

Considerare queste organizzazioni in modo superficiale, come un problema solo criminale e trascurando la matrice sociale, ha determinato il fallimento di gran parte delle politiche adottate per contrastarle.
I rari programmi vincenti nei confronti dei pandilleros sono avvenuti su scala comunitaria e per iniziative delle Chiese, di ONG o di privati.

Le misure affrettate di mano dura o altre puntuali, come quelle contro le estorsioni, non intaccano le cause strutturali della violenza quali la povertà, la corruzione, la disuguaglianza e l’esclusione sociale. Inoltre, la tendenza a concentrarsi sui risultati immediati e sull’immagine di una singola amministrazione presidenziale o di un partito ha privato la lotta alla criminalità di continuità.  

Le politiche per provare ad arginare il fenomeno delle maras sono state poche e ripetitive. È mancato un approccio integrale al problema e la conseguente situazione di stallo ha permesso alle maras di evolvere. I governi fanno ciclicamente passi indietro, riprendendo le politiche di mano dura, nonostante l’evidenza: la repressione altro non fa che aumentare la violenza.
Nel Triangolo Nord, la cultura della violenza ha spinto i governi a optare prima per l’opzione dell’eliminazione fisica dei mareros, invece che scommettere su programmi di reinserimento.

 

Fonti e approfondimenti

Canora, “Entre maras: inseguridad y violencia en Centroamérica”, El Orden Mundial, 19/03/2018 

Rodriguez, “Experta en pandillas: «La extorsión incrementa cuando se implementa la mano dura»”, Plaza Pública, 02/03/2020

Redazione, “Anche le maras dell’America Centrale hanno il loro processo di pace”, Limes, 13/06/2013

H. Silva Ávalos, S. Robbins, “GameChangers 2019: Northern Triangle Countries to Fight Corruption Alove, if at All”, Insight Crime, 17/01/202

 

Editing a cura di Elena Noventa

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