Il dragone cinese e il Medio Oriente, la strategica alleanza con l’Iran

Remix dalle foto di David Dixon and Natural Earth

Le relazioni tra Cina e Iran rispecchiano la natura autoritaria dei due Paesi. Entrambi sono accomunati da un’origine simile, rivoluzionaria, ma drasticamente diversi nelle modalità di gestione del potere politico. Se il sovvertimento delle forze nazionaliste, il primo ottobre 1949, portò alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese guidata dal Partito comunista, la destituzione dello Scià (o Shah) Reza Pahlavi, l’11 febbraio 1979, instaurò la Repubblica Islamica Iraniana.          

Spesso dietro veli di segretezza, la Cina e l’Iran hanno tirato i fili diplomatici in direzioni diverse, ma complementari. Parafrasando una proporzione matematica: l’Iran sta alle relazioni commerciali con la Cina come la Cina sta al ruolo geopolitico dell’Iran. In questa sovrapposizione tra economia e geopolitica, c’è da tenere in considerazione come entrambi i Paesi abbiano fatto del concetto di “non-dipendenza” da attori al di fuori dei confini nazionali la loro più grande arma di sopravvivenza.

Le radici delle relazioni sino-iraniane contemporanee

Le radici delle relazioni tra questi due Paesi risalgono al periodo pre-rivoluzionario iraniano. Infatti, nel 1955, la Conferenza non-allineata a Bandung, co-guidata dalla “nuova Cina” con il suo ministro degli Affari Esteri e braccio destro di Mao Zedong, Zhou Enlai, vide la partecipazione dell’Iran imperiale. Questo processo venne messo in moto mentre Mohammed Mossadeq (1952-1953) otteneva il potere politico in Iran e iniziava una serie di riforme di nazionalizzazione, specialmente delle compagnie petrolifere inglesi. Nonostante l’appoggio della borghesia iraniana e l’appartenenza alla famiglia reale Qajar fossero invise al maoismo, Mossadeq giocava un ruolo importante per la neonata Cina comunista in chiave anti-capitalista. Dunque, quando gli Stati Uniti orchestrarono il colpo di stato in Iran, nel 1953, il fianco occidentale cinese verso il Medio Oriente rimase scoperto.

In un momento storico in cui le relazioni sino-sovietiche entravano nel periodo peggiore della loro storia, con la fine della guerra di Corea e i preparativi per la Conferenza di Ginevra in corso, l’Iran divenne un nuovo problema per Pechino. L’inimicizia tra Mao e Kruscev spinse il primo ad adottare una strategia geopolitica anti-sovietica in Medio Oriente, un terreno di scontro tra le due potenze comuniste nel grande scacchiere asiatico. Nel 1955, la partecipazione dell’Iran alla Conferenza di Bandung, dopo il ritorno dello Scià nel 1953, ebbe due risvolti principali. Primo, l’influenza degli Stati Uniti su Teheran spinse il Paese mediorientale a sentire e vedere quello che stava succedendo nel neonato terzo polo mondiale dei non-allineati. Secondo, per l’Iran stesso la Conferenza si presentava come un’ottima occasione per mantenere e rafforzare alcune alleanze, soprattutto con i propri vicini mediorientali. 

Nel 1971, dopo la visita di Richard Nixon a Pechino nello stesso anno, anche l’Iran riconobbe la Repubblica Popolare Cinese come Cina “ufficiale” all’ONU, voltando le spalle a Chiang Kai-shek e alla “sua” Taiwan. Prima del 1971, il commercio tra questi due Paesi era quasi inesistente. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche portò l’Iran e la Cina a sviluppare un vero rapporto commerciale. Nel 1972-73 l’export cinese verso l’Iran aumentò del 400%, mentre l’import crebbe del 600%. Il comunismo cinese era riuscito ad aprire il varco mediorientale, muovendosi sull’asse USA-Cina che Mosca non era in grado di toccare e influenzare. 

La repressione del comunismo iraniano

La diplomazia e il commercio non sono gli unici parametri che definiscono le relazioni tra i due Paesi. L’influenza dell’ideologia comunista ebbe un peso enorme nella politica domestica iraniana del dopoguerra. Il Partito Tudeh, fondato nel 1941 con un sistema organizzativo simile a quello del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), vide aumentare la propria influenza nel sistema iraniano fino al 1953, quando il colpo di stato contro Mossadeq per mano britannico-statunitense risultò anche nello smantellamento e nella soppressione del movimento comunista. La clandestinità forzata dei Tudeh impose un’organizzazione più cellulare e il cambio degli allineamenti tra il blocco comunista sovietico e cinese nei decenni successivi si riperpetrò anche sulla politica interna iraniana. 

La Rivoluzione Culturale (1966-1976) in Cina influenzò anche il pensiero intellettuale, anti-imperialista e radicale iraniano. Nel 1965 il Partito Tudeh visse una seconda scissione (la prima durante gli anni Cinquanta), portata avanti dai gruppi rivoluzionari estremisti di vocazione maoista che chiedevano il rovesciamento dello Scià attraverso una rivoluzione armata. Il clima politico in Iran iniziò a farsi teso. Lo Scià utilizzò il miglioramento delle relazioni tra Cina e Iran per garantirsi la lealtà dei comunisti iraniani. Tuttavia, la radicalità del maoismo di quegli anni era molto lontana dalla politica sovietica, dove il carico ideologico andava sfumando nella tecnocrazia del dopo-Kruscev. Uno dei punti di scontro più violenti nelle relazioni sino-sovietiche divenne, appunto, l’“ortodossia” ideologica, che secondo Mao era stata tradita da Kruscev alla morte di Stalin (1953). 

Le idee maoiste penetrarono il tessuto ideologico degli intellettuali iraniani, ispirando partiti, movimenti, riviste e organizzazioni di orientamento maoista. In questo contesto, il Partito rivoluzionario Tudeh si staccò dal Partito Tudeh, radicalizzandosi sulle idee maoiste e, applicandole all’Iran, spinse per una rivoluzione totale che portasse al rovesciamento dello Scià.

Entrambi i gruppi Tudeh furono pedine importanti nella rivoluzione Khomeini. In un primo momento, la propaganda anti-imperialista favorì l’ayatollah, che riuscì a formare una coalizione popolata di interessi estremamente differenti, ma con il comune obiettivo di liberarsi dalla quasi colonizzazione statunitense sotto lo Scià. Gli anni successivi al 1979 furono però segnati dal sangue. Il nuovo regime di Teheran tradì l’alleanza con gli iraniani comunisti e laici, appartenenti o meno al Partito Tudeh, e sancì il consolidamento di un’autocrazia islamica. Il braccio destro di Khomeini, nonché ministro degli Affari Esteri dopo la rivoluzione, Sadegh Ghotbzadeh, accusò i Tudeh di essere spie sovietiche. Cercando di evitare di compromettere il lungo lavoro sovietico in Iran degli anni precedenti la Rivoluzione, l’allora Segretario generale del PCUS Breznev decise di purgare i Tudeh, con l’unico obiettivo di assicurarsi una delle alleanze più importanti per il Cremlino nel Medio Oriente. Il peso strategico dei comunisti in Iran all’inizio degli anni Ottanta iniziò dunque a sbiadire, nonostante nell’agosto 1982 la CIA riportasse ancora: “I Tudeh sono uno strumento di pressione politica e sovversione in mano ai sovietici; in futuro potrebbero giocare un ruolo decisivo nella politica iraniana nel caso in cui il governo religioso dovesse essere rimosso da un’alleanza laica unita di sinistra”.

L’allarme lanciato dalla CIA suona anacronistico, visto che le purghe dei Tudeh erano in atto da almeno cinque anni al momento della pubblicazione del report. Inoltre, importanti cambiamenti nei due principali poli comunisti, Mosca e Pechino, influirono sugli avvenimenti in Iran. Da un lato, la Cina era cambiata dopo le morti di Mao Zedong e Zhou Enlai, entrambe nel 1976. Deng Xiaoping guidava la Cina verso la grande apertura liberale, abbandonando l’ideologia comunista. Dall’altro, l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 assorbiva tutte le energie di Mosca in quel quadrante di mondo. Mentre l’internazionalismo comunista deragliava, Khomeini poté distruggere i suoi alleati comunisti. Inoltre, la posizione mezzana iraniana nello scacchiere geopolitico del tempo (che ancora vedeva USA, Cina e Unione Sovietica come giocatori principali) spinse Khomeini a non schierarsi apertamente con nessuna di queste forze. 

Oro nero e armi

Con la guerra Iran-Iraq (1980-1988) le relazioni commerciali tra Cina e Teheran iniziarono a mutare. Se fino al 1979 l’export cinese rappresentava poco più del 50% dell’import iraniano, dal 1980 questa differenza crebbe a dismisura. Nel 1983 il rapporto export-import cinese era di dodici a uno, nel 1987, addirittura, l’export verso l’Iran rappresentava cento volte l’import. La guerra richiedeva armi e il progressivo isolamento dell’Iran, voluto dalla comunità internazionale occidentale, spinse Cina e Iran ad avvicinarsi sempre di più. L’export cinese di armi verso Teheran, durante gli anni Ottanta, non solo aiutò il prolungamento della guerra, ma diede all’Iran una nuova configurazione militare. Basti pensare che l’export cinese di armi a Teheran balzò da circa un milione di dollari all’inizio della guerra, nel 1980, a seicentododici milioni di dollari nel 1987, il più alto mai registrato nella storia comune tra i due Paesi. La crescita dell’arsenale iraniano allarmò gli alleati statunitensi nella regione, primi fra tutti Israele e Arabia Saudita.

Il termine della guerra coincise con una congiuntura cruciale per entrambi i Paesi, che determinò l’inizio di un nuovo ciclo nelle relazioni sino-iraniane. Come spesso successo nella storia politica dei due Stati, gli eventi si sovrapposero, catalizzando il passaggio da un’era a un’altra: la morte di Khomeini nel 1989 e l’ascesa al potere di Khamenei coincisero, infatti, con la repressione degli studenti cinesi a Tienanmen. La transizione di potere che seguì in Cina vide l’eliminazione delle forze progressiste negli alti ranghi del Partito comunista, favorendo Jiang Zemin e un nuovo giro di riforme liberali. L’“economia socialista di mercato”, lanciata all’inizio degli anni Novanta da Pechino, produsse profonde trasformazioni nell’economia domestica. Guardando alla bilancia import-export, nel 1993 la Cina passò da esportatore a importatore netto di petrolio. Chi ne beneficiò fu Teheran, che ripose la propria, cauta, fiducia economica in Pechino, per una serie di ragioni. Primo, la Cina non aveva mai avuto mire espansionistiche verso l’Iran, a differenza delle altre potenze mondiali. Secondo, i diritti umani non fecero mai parte delle trattative con Pechino, unico partner in questo senso. Terzo, la “fabbrica del mondo” esportava di tutto, non aveva limiti in nessun campo e questo diede a Teheran la possibilità di crescere tecnologicamente in molte aree scientifiche.

Sanzioni “democratiche”, alleanze autoritarie          

Tra anni Novanta e inizio Duemila, con il graduale isolamento dell’Iran attraverso le sanzioni, Washington cercò di distanziare il Paese degli Ayatollahs dalla Cina tramite un modello simile al dividi et impera. Ma non ci riuscì.

Partendo dal 1989, la Cina si vide imposte le sanzioni sull’import di armi dai Paesi occidentali, in risposta al massacro degli studenti del 4 giugno 1989. Ciò colpì indirettamente l’export di armi cinesi verso l’Iran, che, come abbiamo visto, solo due anni prima aveva toccato l’apice. La decisione presa dall’amministrazione di George H. W. Bush (1989-1992) di virare sulle sanzioni come strumento punitivo verso l’Iran venne prolungata da Bill Clinton (1993-2000), che impose la Dual Containment Policy (DCP) e definì l’Iran come “Stato canaglia”. Questa politica di Clinton venne ideata dal suo ultimo predecessore democratico, Jimmy Carter (1977-1980), con l’obiettivo di contenere la possibile espansione tecnologica, economica e militare iraniana. Dal piano di contenimento iraniano all’imposizione di sanzioni il passo fu breve. Nel 1996, Clinton firmò l’Iranian Sanctions Act

Questa strategia danneggiava però la Cina. Per evitare che il colosso asiatico divenisse un partner ostile verso Washington, Clinton cambiò lo status economico cinese per gli Stati Uniti a “nazione preferita” (most favored nation), abbassando al minimo i dazi commerciali tra i due Paesi. Nel 2001, inoltre, la Cina entrò nel WTO, proprio grazie a Clinton, mentre l’Iran fu relegato nell’“asse del male” di George W. Bush (2001-2008). Nonostante ciò, l’import cinese di greggio dall’Iran continuò a crescere esponenzialmente, passando da circa 2,5 miliardi di dollari nel 2001 a quasi quindici miliardi di dollari nel 2008. 

Il problema principale della strategia statunitense, dominata economicamente dal Washington Consensus e politicamente dall’esportazione della democrazia, fu l’aver sottovalutato le alleanze tra Paesi autoritari. Negli anni Novanta, una delle teorie dominanti del settore scientifico delle scienze politiche era quella della “pace democratica”, che sosteneva come le democrazie fossero molto meno soggette a guerre tra di loro rispetto alle autocrazie. Questo era garantito, secondo la teoria, da un sistema politico ed economico affine, che tendeva a far convergere i Paesi verso alleanze economico-politiche anziché orientarli a un conflitto armato per espandere il proprio dominio. Oltre alle falle statistiche, questi modelli, e le politiche che ispirarono, rivelarono però i propri limiti, relativi innanzitutto all’incapacità di considerare come non uguali tutti i Paesi autoritari, né ugualmente rilevanti le alleanze tra loro contratte, come esemplificato dalle relazioni tra Teheran e Pechino.

L’opportunità cinese e la frammentazione di Washington

Il periodo tra il 2005 e il 2013 è stato tra i più fiorenti delle relazioni sino-iraniane. L’avvento di Obama a Washington (2009-2016) fu segnato dal più alto – fino a quel punto – import cinese di greggio da Teheran. Nel 2010 Obama firmò il Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act, per espandere le sanzioni verso Teheran già imposte nel 1996. Nel 2011 l’import cinese di greggio iraniano toccò quasi venti miliardi di dollari.            

Se l’obiettivo statunitense era quello di prevenire, in qualsiasi modo, che l’Iran sviluppasse il nucleare, le sanzioni si rivelarono inefficaci e controproducenti (una strategia simile venne applicata alla Corea del Nord). L’Iran era infatti solo apparentemente isolato e i suoi partner hanno saputo cogliere l’occasione di chiusura statunitense per inserirsi nel mercato iraninano senza fronteggiare un competitor ostico come Washington. Imporre sanzioni a Teheran chiudeva gli Stati Uniti fuori dal dialogo con un mercato fiorente, un regime stabile e un posizionamento geopolitico forte. 

Nel 2013, l’avvento di Xi Jinping come Segretario generale del Partito comunista cinese ha aperto a un nuovo ruolo politico-strategico per l’Iran. La Belt and Road Initiative (BRI), anche conosciuta come “la Nuova Via della Seta”, ha infatti dato nuova linfa strategica a Teheran, anello di congiunzione tra Pechino e l’Europa. 

Il progressivo allontanamento di approccio strategico nei confronti dell’Iran da parte di Washington e Pechino ha imposto all’Occidente una riflessione per evitare l’estremo sbilanciamento iraniano verso est. L’ostilità nei confronti di Teheran ha disilluso le aspettative di Washington di sovvertire il regime attraverso le leve economiche. Allo stesso modo, l’Unione europea, e molti dei suoi Paesi, non hanno mai condiviso – o solo in minima parte – le politiche adottate dagli USA, che, secondo molti, mettevano in pericolo la precaria stabilità mediorientale. Se l’area del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) è, per definizione, uno dei pilastri dell’azione estera europea, il motivo deve essere ricercato nella prossimità dei Paesi europei alla regione. Stessa prossimità condivisa da Pechino nella direzione opposta. 

Uno degli obiettivi della Obama Doctrine era quello di raggiungere il “nuclear free”: ciò spinse gli Stati Uniti (insieme ad altri fattori) a entrare nel Joint Plan of Action, poi diventato Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Tra il 2013 e il 2016 Unione Europea, Cina, Iran e Stati Uniti hanno unito le forze per raggiungere un trattato sul nucleare iraniano. Nonostante ciò, le divergenze tra UE e USA sono sempre state evidenti, arrancando nella discussione generale e mettendo spesso a rischio la riuscita dell’accordo. Allo stesso tempo, la Cina ha investito in settantanove progetti infrastrutturali (intermodali, gasdotti, oleodotti, strade, ferrovie e porti) e in un totale di quasi trecento progetti nel territorio iraniano tra il 2013 e il 2020. 

La vittoria di Donald Trump nel 2016 ha però complicato i piani. La sua strategia dei “due livelli” tra politica interna ed estera ha dato sfogo al nazionalismo statunitense, complicando, nel mentre, anche la posizione dell’Unione Europea nell’impegno verso Teheran. Quello che potremmo definire il “filo di Arianna” della politica estera statunitense nei confronti dell’Iran (scritta, applicata e poi smantellata dal presidente successivo) ha favorito la monolitica politica estera cinese unita dietro il partito unico, che ha invece agito in maniera continuativa per quasi sette decenni. In questo senso, nel luglio 2020, Xi Jinping e Hassan Rouhani hanno finalizzato il progetto di relazioni tra i due Paesi, con il Programma di cooperazione per i prossimi venticinque anni. Nonostante il documento definitivo non sia ancora stato firmato, nei prossimi anni dovrebbero esserci investimenti pari a centoventi miliardi di dollari nella rete di servizi di trasporto iraniana e di altri duecentottanta miliardi nel settore energetico del Paese (tra cui petrolio, gas e petrolchimico). 

Quindi, nel quadriennio Trump, gli Stati Uniti sono riusciti a far avvicinare più rapidamente l’Iran e la Cina, per tre ragioni fondamentali. Primo, entrambi hanno vissuto momenti di tensione commerciale con Washington, tra minacce e imposizione di dazi. Questo ha portato l’amministrazione Trump a cambiare approccio verso la Cina, facendola passare da partner strategico a partner quasi ostile. Secondo, l’Unione Europea si è trovata a fronteggiare Trump per salvare il JCPOA, cascando inevitabilmente in una leggera apertura verso la postura cinese nei confronti di Teheran. Terzo, i sentimenti filo-israeliani e l’aperta minaccia militare di Trump verso l’Iran hanno spinto il Paese a guardare a oriente per assicurarsi una copertura sufficiente da parte di un altro membro del Consiglio di Sicurezza ONU. 

La fiducia che negli anni Novanta Teheran ripose in Pechino appare oggi, sempre di più, come una stretta strategica che la Cina ha coltivato con i decenni. L’Iran è, per molti versi, economicamente dipendente da Pechino, mentre il gioco della “non-dipendenza” continua a sussistere per i cinesi. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi continuano a essere cruciali sotto molti punti di vista, soprattutto commerciali, basti pensare alle infrastrutture che la BRI propone di creare e al supporto cinese del JCPOA. Ma, sotto questo velo commerciale, le leve politiche sono sempre più evidenti, con Pechino che manovra e gli Stati Uniti che arrancano. Se la Russia gioca un ruolo semi-indipendente, ma non in contrasto con la Cina, l’Unione Europea ha messo in fila i pensieri al suo interno, rimanendo però in disaccordo con gli altri contendenti. All’alba del terzo decennio del XXI secolo, la Cina ha manipolato le relazioni con l’Iran in modo astuto, riuscendo a cogliere le opportunità provenienti dalla disfunzionalità degli altri contendenti nell’area mediorientale.

 

Fonti e approfondimenti 

Central Intelligence Agency (CIA). USSR Report. Political and Sociological Affairs. 25/6/1982.

Scott Harold, Alireza Nader. 2012. “China and Iran: Economic, Political and Military Relations“. China and Iran: Economic, Political, and Military Relations. 1-28. RAND Corporation.

Bates Gill. 1998. “Chinese Arms Exports to Iran”. China Report. 34 (3-4): 355-379. 

Kuang Keng Kuek Ser, “Where did Iran get its military arms over the last 70 years?“, The World, 1/6/2016.

Alex Yacoubian, “Iran’s Increasing Reliance on China“, The Iran Primer, 13/10/2020.

CSIS. 2020. Reconnecting Asia project

Omidvar M., “Brief History of The Tudeh Party of Iran”, Tudehpartyiran.org, 31/3/1993.

Alvin Z. Rubinstein. 1981. “The Soviet Union and Iran under Khomeini”. International Affairs (Royal Institute of International Affairs 1944-). 57 (4): 599-617.

Farnaz Fassihi, Steven Lee Myers, “Defying U.S. China and Iran Near Trade and Military Partnership“, The New York Times, 11/7/2020.

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