Bielorussia: la “guerra calda” alle porte dell’Europa che richiede la nostra attenzione

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Remix Lo Spiegone - @Homoatrox - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Dalla sua indipendenza dall’Unione Sovietica, la Bielorussia non ha mai fatto mistero di avere un problema con la garanzia dei diritti umani. Nel corso del 2020, tuttavia, la situazione è esponenzialmente degenerata. Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto, oltre 35.000 persone (comprese donne e bambini) sono state arrestate e almeno 4 sono rimaste uccise per aver tentato di esercitare il proprio diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di espressione.

Anaïs Marin, la relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Bielorussia, nell’ultimo anno ha ricevuto centinaia di denunce di percosse e maltrattamenti a opera delle forze dell’ordine: si parla di tortura subita durante la detenzione, ma anche di stupro, sparizioni forzate e omicidi. Tutto rimasto ancora da indagare e, per il momento, impunito. La repressione è talmente istituzionalizzata che si registrano anche numerosi casi di persecuzione penale nei confronti di attiviste, avvocati, giornaliste e personale medico, colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro.

L’unico presidente in carica nel Paese dal 1994, Aleksandr Lukashenko, ha infatti costruito un regime autoritario in cui l’esercizio dei diritti civili e politici dei cittadini è considerato alla stregua di una minaccia alla “stabilità sociale”

Eppure, di quello che sta succedendo in Bielorussia si sta parlando sempre meno – a parte quando ci ricordiamo che la crisi internazionale è nel cortile di casa, come nel caso del dirottamento del volo Ryanair. Nel frattempo, la Russia stringe la propria morsa sull’ex Stato-satellite sovietico, mentre le migrazioni di massa diventano ufficialmente arma di ricatto politico in mano a Lukashenko. In che modo sta reagendo l’Unione europea a tutto questo?

La violenza delle forze dell’ordine

Le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, che hanno proclamato Lukashenko vincitore per l’ennesima volta con l’80% dei voti, sono state ampiamente contestate come fraudolente, tanto dalla sfidante Sviatlana Tikhanovskaya quanto dagli osservatori indipendenti. Le proteste pacifiche, che sono scoppiate immediatamente dopo la diffusione dei risultati, sono state represse con estrema violenza dalle autorità. Una violenza che non si è mai fermata, nemmeno quando le manifestazioni si sono acquietate durante l’inverno.

Tra il 25 marzo – la Giornata della Libertà, la ricorrenza non ufficiale che segna la proclamazione della Repubblica Democratica Bielorussa nel 1918 (durata circa 6 mesi) – e il 27 marzo 2021 le persone sono tornate a protestare in strada in tutto il Paese, mentre le forze dell’ordine si sono rifiutate ancora una volta di “assicurare la sicurezza” dei manifestanti. Centinaia di questi ultimi sono stati arrestati e ci sono prove credibili che sia stata usata della tortura contro i detenuti.

Già alla fine del 2020, il presidente del Comitato per la sicurezza dello Stato (KDB) Ivan Tsertsel prometteva una reazione “dura” alle proteste in programma per la primavera del 2021, assicurando che le autorità si stavano preparando “per una guerra calda. In una registrazione audio trapelata a gennaio del 2021 (e diffusa da BYPOL, un gruppo di agenti di polizia bielorussi che hanno rinunciato alla divisa a causa dell’uso sproporzionato della forza), si sente quella che sembra essere la voce del viceministro dell’Interno, Mikalai Karpenkau, condonare la possibilità per le forze dell’ordine di sparare ai manifestanti alla testa e ad altri organi vitali con proiettili di gomma.

Le numerose dichiarazioni contenute nella registrazione, se vere, incriminerebbero direttamente le forze di polizia per violazione dei diritti umani – come nel caso del manifestante Alyaksandr Taraykouski, morto il 10 agosto 2020 per una ferita letale al petto provocata proprio da un proiettile di gomma.

D’altronde, per giustificare l’ingiustificabile, il governo bielorusso ha iniziato a definire manifestanti e attivisti come “pedine di forze straniere” utilizzate per provocare il caos in Bielorussia. Sulla base di queste accuse, non supportate da alcuna prova, i servizi di sicurezza continuano a fare irruzione negli uffici delle principali organizzazioni per i diritti umani e nelle redazioni dei giornali, confiscando attrezzatura e arrestando persone. 

I legami con Mosca

Nel maggio scorso, il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius a Minsk, effettuato dalle autorità bielorusse per arrestare il giornalista Roman Protasevich e la sua compagna Sofia Sapega, ha trasformato Lukashenko in una minaccia transnazionale. All’improvviso, non era in pericolo soltanto la sicurezza dei cittadini bielorussi, ma anche quella degli europei. L’UE ha risposto imponendo delle sanzioni economiche e il divieto di volo da e verso la Bielorussia.

Era inevitabile che questa condizione di isolazionismo avrebbe spinto Lukashenko dritto nelle braccia di Vladimir Putin, il presidente della vicina Federazione Russa. Non che i piani di integrazione (ora definiti programmi di unione) portati avanti a pieno ritmo dai due leader siano proprio una novità. La Bielorussia è già fortemente dipendente da Mosca, a livello economico: secondo i dati più recenti, nel 2021, i principali investitori nel Paese sono rappresentati da entità commerciali russe; le banche russe hanno elargito prestiti con cui sono stati investiti circa 2 miliardi di euro. 

Tuttavia, gli eventi di quest’ultimo anno sembrano aver avvicinato ancora di più i due regimi. La stessa operazione Ryanair potrebbe essere stata condotta dal KGB bielorusso congiuntamente con l’FSB russo.

L’escalation del conflitto con l’UE

Dopo l’ultimo inasprimento delle sanzioni verso la Bielorussia, a fine giugno del 2021, la tensione fra quest’ultima e l’Unione europea è andata crescendo. Lukashenko sta usando la creatività per mettere in difficoltà Bruxelles: ha minacciato di interrompere le catene di approvvigionamento commerciali tra Europa e Asia; ha annunciato la chiusura del confine internazionale con l’Ucraina ed esercitazioni militari vicino alla frontiera bielorussa con Polonia e Lituania. 

Il suo ultimo, ingegnoso, tentativo di destabilizzare l’UE consiste nel provocare una crisi migratoria illegale in Europa, specificatamente in Lituania (che, non a caso, ha sempre sostenuto l’opposizione politica bielorussa e attualmente ospita Tikhanovskaya). Il 28 giugno scorso, infatti, il ministro degli Esteri bielorusso Vladimir Makei ha annunciato che avrebbe sospeso un accordo con l’UE volto a contrastare l’immigrazione illegale. Da allora, quasi più di 1.000 persone sono entrate illegalmente in Lituania nel solo mese di luglio 2021, secondo il servizio di guardia di frontiera lituano. Un numero di più di venti volte superiore a quello dei migranti giunti nel Paese nell’intero 2020. 

La Lituania ha dichiarato lo stato di emergenza e ha iniziato la costruzione di una barriera di filo spinato lunga 550 km alla frontiera con la Bielorussia (approvando anche degli emendamenti legislativi per accelerare l’espulsione dei migranti che hanno sollevato molte preoccupazioni da parte dei difensori dei diritti umani). 

Il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis e il capo della diplomazia dell’UE Joseph Borrell hanno accusato Minsk di usare le migrazioni illegali come “arma politica”, poiché compagnie aeree e agenzie turistiche sarebbero coinvolte nel traffico di esseri umani organizzato attraverso la Bielorussia. 

La vera resistenza al regime è quella del popolo

Al di là delle sanzioni di natura economica, la posizione dell’UE nei confronti di ciò che sta avvenendo in Bielorussia resta poco incisiva. D’altronde, le violazioni dei diritti umani avvenute quest’ultimo anno sono solo l’apice di una situazione che va avanti da lungo tempo sotto il regime di Lukashenko: le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020 non sono le prime in cui sono state riscontrate irregolarità e violazioni degli standard internazionali. Non è un caso se Bruxelles ha ribattezzato Lukashenko come “l’ultimo dittatore d’Europa”.

La vera differenza, in questo caso, la sta facendo la parte di società civile bielorussa che continua a opporsi al regime nonostante la violenza estrema esercitata dallo Stato. Anche durante lo scorso inverno, quando le manifestazioni per chiedere libere elezioni si sono fermate, i movimenti popolari sono proliferati su internet e le persone non hanno smesso di resistere nella propria quotidianità. 

«Le persone in Bielorussia, per voce di Tikhanovskaya, chiedono all’Occidente di essere fedeli ai propri valori, che sono universali come quello del rispetto dei diritti umani, e di dare sostegno alla resistenza nel Paese, mostrando fedeltà a quei valori», per usare le parole della ricercatrice Nona Mikhelidze. 

Tikhanovskaya si è infatti dimostrata un’ottima ambasciatrice del popolo a livello internazionale, ma non è riuscita a polarizzare il consenso all’interno dell’opposizione. Un sondaggio online, condotto da Chatham House nel gennaio 2021, ha rilevato che il sostegno verso la sfidante di Lukashenko si attestava intorno al 4%. Viktor Babariko, candidato alle elezioni presidenziali arrestato nel giugno del 2020 ancora in testa nei sondaggi, è stato appena condannato a quattordici anni di prigione per “corruzione”. Inoltre, diversi leader dell’opposizione stanno creando nuovi partiti, dando avvio di fatto a una frammentazione interna. Senza un fronte compatto, la Bielorussia farà molta fatica a uscire dallo stallo in cui la sua lotta democratica è caduta negli ultimi mesi.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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