Hong Kong, passato e futuro del gate cinese verso l’Occidente

Era il 22 giugno 1984 quando il leader del Partito comunista cinese Deng Xiaoping spiegava al mondo intero, non senza soddisfazione e commozione per un processo di trattative oramai giunto al culmine, il significato ed il contenuto della strategia “One Country Two Systems”, da lui fortemente sostenuta.

La notizia del reintegro di Hong Kong sotto la sovranità cinese fu certamente di grande scalpore, ma anche di apparente difficile realizzazione: le vicende storico-politiche vissute da Hong Kong, come Macao e Taiwan, infatti, erano troppo dissimili dal regime socialista che si era imposto in Cina a seguito della rivoluzione. Certamente l’elezione di Deng Xiaoping rappresentò un enorme passo in avanti, verso un socialismo meno filosovietico, ma ciò non risolveva i profondi interrogativi su quanto Deng volesse esporsi politicamente; cosa che, in effetti, rimase un’incognita sino alla Joint Resolution sino-britannica.

La riunificazione, nel rispetto del dettame cinese dell’unitarietà del territorio, era indubbiamente necessaria; ugualmente fondamentale era garantire la prosperità di Hong Kong e Macao, in quanto futuri gates verso l’Occidente.

Il meccanismo “One Country Two Systems” da lui previsto avrebbe fornito garanzie ad entrambe le posizioni: un solo Paese, ma due sistemi, quello socialista cinese e quello capitalista ex coloniale.

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L’ordine cronologico rappresenta, a questo punto, la via migliore per poter comprendere gli sviluppi che hanno ricondotto, non senza critiche, Hong Kong dalla potestà giuridica inglese a quella cinese.

A seguito dell’opposizione da parte della dinastia Qing all’importazione di oppio, a partire dal 1839 Hong Kong fu teatro e principale oggetto della contrapposizione tra Cina e Gran Bretagna, nota come Prima guerra dell’oppio. Quest’ultima occupò militarmente l’isola, ma fu solo con il trattato di Nanchino del 1842 che effettivamente si parlò di dominio inglese per un periodo pari a cento anni.

Con la sconfitta cinese nel corso della Seconda guerra dell’oppio, la Gran Bretagna, sulla base della Convenzione di Pechino, ottenne il controllo anche della penisola di Kowloon e dell’isola di Stonecuter. Un ulteriore trattato, datato 1898, concesse la sovranità inglese sull’isola di Lantau e i territori adiacenti per 99 anni. E’ da allora che i confini di Hong Kong sono rimasti sostanzialmente immutati.

Da quel momento, emerse in maniera molto evidente l’esigenza di dotare Hong Kong di una costituzione, o comunque di documenti formali, che ne indicasse il funzionamento istituzionale.

Nel periodo coloniale, tali documenti possono essere rintracciati nelle Letters Patent e nelle Royal Instructions, veri e propri codici di condotta per gli ufficiali e diplomatici di stanza sull’isola. Ovviamente, essi sarebbero stati sostituiti dalla Basic Law, all’indomani della Joint Declaration, che avrebbe, a partire dal 1997, ricondotto Hong Kong sotto la sovranità cinese, ma con un sistema di garanzie del tutto innovativo. Il 19 dicembre 1984, infatti, a seguito della visita del Primo ministro inglese Margaret Thatcher in Cina e dopo lunghe trattative, fu approvata la Declaration con cui a far data dal 1997, Hong Kong sarebbe tornata sotto la sovranità cinese, come Regione amministrativa speciale, ai sensi dell’articolo 31 della Costituzione cinese. Essa si configurò come vero e proprio trattato internazionale, sottoposto, dunque, alle norme internazionali in tema di adempimento degli obblighi posti in capo ad entrambi gli Stati, successivamente alla ratifica.

Ai sensi dell’articolo 3 della Joint Declaration, l’autonomia di Hong Kong è limitata nel tempo, per un totale di 50 anni, a partire dall’ 1 Luglio 1997, lasciando aperto, come ovvio, l’interrogativo circa il suo futuro all’approssimarsi del 2047.

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Nessun referendum ebbe luogo sulla possibilità di garantire ad Hong Jong la più assoluta indipendenza, né sul testo concordato dalle parti. D’altro canto, almeno per 50 anni, esso prevedeva uno prospettiva di autodeterminazione certamente non completa, ma sufficientemente ampia per un popolo sino ad ora avvezzo ad un dominio di natura coloniale. Se difficile fu il processo di negoziazione della Joint Declaration, lo stesso deve dirsi relativamente alla Hong Kong Basic Law, anche definita minicostituzione, già prevista all’articolo 3 della Dichiarazione. Il compito di redigerla fu primariamente posto in capo al Drafting Commitee for the Basic Law of the Hong Kong Special Administrative Region, incardinato nell’ Assemblea popolare nazionale cinese.

Essa fu promulgata in definitiva il 4 Aprile 1990 e consta di nove capitoli e di un preambolo, ma ciò che più rileva è la presenza di principi fondamentali cui si informa la vita politico-istituzionale di Hong Kong e che ricalcano le relazioni storico-diplomatiche tra la Cina e l’ex colonia britannica.

Tra essi, l’articolo 1 stabilisce ineluttabilmente che Hong Kong è una Regione amministrativa speciale cinese, ed in quanto tale del tutto inalienabile dalla Repubblica popolare cinese.

Qui il sistema socialista non è in vigore, pertanto, quello capitalista precedentemente vigente, insieme con lo stile di vita da esso derivante, resterà immutato per un periodo di tempo (più convenzionale che reale) di (almeno) 50 anni.

Restano, inoltre, valide tutte le leggi precedentemente approvate, fatte salve quelle chiaramente dissonanti dalla reintegrazione di Hong Kong sotto la sovranità cinese, così come ancora vigente è il sistema di common law, importato dal mondo anglosassone e certamente incompatibile con la struttura giuridica cinese

Dall’altro canto, va giustamente sottolineato che sin dalla fase di redazione della bozza della Basic Law, la Repubblica popolare cinese ha mantenuto per sé alcuni dei più importanti poteri, soprattutto nell’ambito delle relazioni internazionali e della difesa del territorio. Pertanto, il Ministro degli Affari Esteri cinesi è autorizzato ad avere un proprio ufficio ad Hong Kong, in quanto direttamente responsabile delle relazioni estere di quest’ultima. E’ evidente il peso giocato dall’esperienza, ancora in evoluzione, di Taiwan e la volontà di non perdere il controllo “internazionale” del neo reintegrato territorio.

Infine, l’ultimo principio fondamentale di rilievo riguarda il potere legislativo posto in capo ad Hong Kong: ogni legge rispetto alla quale il Comitato permanente cinese possa avere dubbi di conformità con la Costituzione cinese, viene immediatamente invalidata dallo stesso, sentito il parere del Comitato per la Basic Law della regione amministrativa speciale di Hong Kong. Il Comitato permanente cinese non è, invece, autorizzato ad emendarne il testo, per non interferire nella potestà legislativa della regione.

I cinquanta anni di durata della Basic Law come previsto dall’articolo 5 delle Joint Declaration, scadranno il 30 giugno 2047. Alcuni studiosi ritendono che il modello “One Country Two System” rappresenta solo una soluzione transitoria con scadenza definita, al concludersi della quale Hong Kong potrebbe rientrare politicamente, territorialmente ed amministrativamente parte della Cina. Altri analisti, invece, hanno teso a riconoscere la permanenza della validità della Joint Declaration. Se, infatti, alcuni sostengono che essa abbia cessato la sua ragion d’essere con l’implementazione della Basic Law, altri, invece, ritengono che essa, finché non sostituita da una diversa disposizione internazionale, continuerà a contenere quei principi cui lo status futuro di Hong Kong dovrà informarsi.

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Del resto, bisogna notare che mai nessun leader cinese ha fatto menzione della possibile introduzione del sistema socialista ad Hong Kong. Lo stesso Deng Xiaoping, in occasione della conferenza internazionale del 1988 a margine del drafting della Basic Law sostenne che cinquanta anni sono un termine più indicativo che sostanziale, in quanto non vi sarà alcuna ragione per modificare il regime cui si trova la regione amministrativa speciale.  Ferma restando, dunque, la possibilità di estendere la durata di tale principio, molti hanno iniziato a leggere il 30 Giugno 2047 più come una opportunità che come una minaccia. Essa potrebbe, cioè, essere l’occasione per modificare la Basic Law in una maniera più ampia, volta a garantire una sua più consistente autonomia.  Ovviamente, ciò richiederà un processo di consultazione interno alla Regione amministrativa speciale, che porti ad un testo unico da sottoporre all’ Assemblea popolare nazionale.

 Per esempio, tra le sostanziali modifiche, non è escluso il cambiamento della moneta. La scelta di mantenere due separate valute era dettato dalla debolezza di quella cinese al momento della firma della Joint Declaration. Oggi, in un contesto in cui la Cina si presenta come seconda tra le potenze mondiali, nulla vieta che, per comodità nelle transazioni, anche Hong Kong cominci ad usare il Renminbi.

Grande attenzione, in ogni caso, dovrà essere posta al processo di democratizzazione ora in atto ad Hong Kong, chiave di volta delle pretese future e dell’atteggiamento dell’Assemblea popolare nazionale del 2047.

FONTI E APPROFONDIMENTI

CHAN, K., Taking Stock of One country two systems, Lexington Books, Wong, 2004

CHEN, A., A tale of Two Islands: comparative reflections on constitutionalism in Hong Kong and Taiwan, in Hong Kong Law Journal, Vol 37 Part 2, Sweet & Maxwell Asia, 2007 (http://hub.hku.hk/bitstream/10722/74802/1/content.pdf)

DAVID, R., I grandi sistemi giuridici contemporanei, CEDAM, Padova,2002

GITTINGS, D., Introduction to Hong Kong Basic Law, Hong Kong University Press, Hong Kong, 2013

THATCHER, M., The downing street years, Harper press, London, 2011

YOUNG, S.N.M., Fundamental Rights and the Basic Laws, in OLIVEIRA, J. e CARDINAL, P. (Ed.s), One Country, Two Systems, Three Legal Orders – Perspectives of evolution, Springer, Berlino, 2009

 

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