Venti di Putin: i rapporti con l’Unione europea

Nominato primo ministro nel 1999, Putin ha partecipato alla stesura e alla presentazione della strategia ufficiale per i rapporti con l’UE, che rappresenta la pietra miliare del dialogo politico fra Russia e Unione.

Da quando è diventato presidente nel 2000, Putin ha guidato il governo verso un progressivo partenariato strategico tra Mosca e Bruxelles: l’Unione europea è diventata uno degli assi portanti della politica estera russa.

Gli obiettivi iniziali di Putin nascevano dalla necessità di promuovere legami più stretti con un’unione economica e politica di Stati ai confini della Russia. Nel corso del proprio ventennio al timone del Cremlino, tuttavia, Putin ha fatto molti cambi di rotta nella collaborazione con il vicinato europeo.

La base legale della partnership

Le relazioni fra UE e Russia sono regolamentate dall’Accordo di Partenariato e Cooperazione (APC), firmato nel giugno 1994. Inizialmente valido solo per un decennio, dalla sua prima scadenza nel 2004 è stato rinnovato automaticamente ogni anno. Esso fissa i principali obiettivi comuni (commercio e cooperazione economica, cooperazione nel campo dell’energia e dell’ambiente, dialogo politico, giustizia e affari interni) e stabilisce il quadro istituzionale per i contatti bilaterali (comprese le consultazioni regolari sui diritti umani e i vertici presidenziali biennali, che attualmente sono stati “congelati”).

Nel 1999 sia Mosca che Bruxelles hanno ulteriormente concretizzato le rispettive politiche. Infatti, da un lato l’UE ha adottato la “Strategia comune dell’Unione europea” e dall’altro il governo russo la “Strategia a medio termine per lo sviluppo delle relazioni tra la Federazione russa e l’Unione europea (2000-2010)”. Entrambi i documenti hanno messo l’accento sulla questione della sicurezza tra le due entità. Nel 2000, l’Unione europea ha poi lanciato un “partenariato strategico per l’energia” per l’importazione energetica dalla Russia.

Nei primi anni di presidenza di Putin, Bruxelles e Mosca hanno rafforzato la loro cooperazione al vertice di San Pietroburgo del maggio 2003. In quell’occasione sono stati creati quattro “spazi comuni”: uno spazio economico, uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, uno spazio di sicurezza esterna e uno spazio di ricerca, istruzione e cultura. La cooperazione in questi ambiti è stata implementata, a partire dal 2010, con l’avvio di un partenariato di modernizzazione.

Inoltre, sono state create collaborazioni anche a livello regionale. L’UE e la Russia, insieme a Norvegia e Islanda, hanno istituito nel 2007 la nuova politica della “dimensione settentrionale”. Tale politica è incentrata sulla cooperazione transfrontaliera con regioni strategiche per Mosca, poiché danno accesso al Mar Baltico e al Mare di Barents.

A partire dal 2008, l’UE ha avviato nuovi negoziati con Mosca per un partenariato che includa “impegni giuridicamente vincolanti” in vari settori sensibili, come quello della libertà, della sicurezza e dell’energia. Tutto questo ha permesso anche la facilitazione della procedura dei visti, che ha semplificato il transito delle persone fra Russia e UE.

Collaborazione energetica: la “politica degli oleodotti”

Sin dalla sua ascesa alla presidenza, Putin ha reso la modernizzazione economica della Russia una priorità anche nelle relazioni diplomatiche. Una necessità che risulta evidente nella dottrina di politica estera approvata nel giugno 2000, in cui emergeva l’indirizzo di integrazione globale dell’economia del Paese.

Tale dottrina prevedeva un sostanziale avvicinamento tra Mosca e Bruxelles sulle questioni energetiche. Tanto che la Russia si è guadagnata un ruolo significativo nel settore energetico europeo, diventando il maggior esportatore di petrolio e gas naturale. Nel corso dei primi due mandati di Putin (2000-2008), l’esportazione verso l’UE è salita esponenzialmente, fino ad arrivare nel 2008 a 185 milioni di tonnellate annue di petrolio greggio – ossia, il 32,6% delle importazioni europee di petrolio di quell’anno. Altrettanto importante si è rivelato l’import europeo di gas russo, che nello stesso anno ammontava al 38,7% delle importazioni totali di gas in UE.

Questa forte presenza russa nel mercato energetico europeo ha permesso a Putin di condurre la cosiddetta “politica degli oleodotti”, da utilizzare come “strumento di intimidazione e ricatto” per fare pressione sull’Unione europea. Un esempio di questa strategia è stata l’interruzione della fornitura del gas all’UE nel 2009, attraverso l’Ucraina; oppure nel 2014 l’abbassamento del costo del gas da parte di Gazprom in Ungheria, a seguito dell’elezione del leader anti-europeista Viktor Orbán.

Gli attriti e le dispute

Le relazioni tra la Russia di Putin e l’UE hanno visto un deterioramento a seguito dell’allargamento europeo del maggio 2004, quando 10 Stati dell’Europa centrale e orientale sono entrati a far parte dell’UE, assottigliando la distanza dal confine russo.

Oltre alla prossimità territoriale con l’UE, che indeboliva la sfera d’influenza russa, alcune questioni economiche e commerciali iniziarono a preoccupare ulteriormente Mosca. Infatti, l’ingresso nell’UE di Lituania, Lettonia ed Estonia tagliava la Russia fuori dallo spazio baltico, un’importante zona commerciale. In particolare, l’adesione della Lituania all’accordo di Schengen rese più difficili le rotte di transito per le merci e i passeggeri russi verso Kaliningrad, un’exclave russa di circa 900.000 abitanti.

Inoltre, il secondo mandato di Putin è stato segnato da diverse controversie bilaterali tra la Russia e alcuni Stati membri dell’UE. Controversie che possono essere viste come la reazione da parte di Mosca all’adozione della Politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) nel 2004.

L’evoluzione di tale strumento dell’UE ha spinto Mosca ad adottare delle politiche offensive nella prossimità dei confini della Federazione. Un esempio è l’attacco cibernetico in Estonia nel 2007.

Altro fattore di tensione è stata la “rivoluzione arancione” in Ucraina nel dicembre 2004. In questa occasione l’UE è intervenuta sul campo per risolvere la crisi, con una risoluzione giunta un anno dopo grazie all’intervento del Parlamento europeo e altre organizzazioni internazionali. Dopo la condanna europea, l’elezione del presidente filo-europeo Yuschenko ha chiuso la rivoluzione “colorata” in Ucraina. Kiev si è ritrovata a essere lo snodo delle tensioni fra Russia e Unione europea, diventando una ferita aperta che stenta ancora a richiudersi.

Ucraina: il punto critico delle relazioni Russia-UE

Dopo un breve passaggio di consegne con l’ex primo ministro Medvedev, che ha ricoperto il ruolo presidenziale fra 2008 e 2012, Putin è tornato alla guida del Paese. Questo suo penultimo mandato presidenziale ha visto la Russia mutare radicalmente i propri rapporti con l’UE.

La pretesa di accerchiamento denunciata da Mosca, che ha visto una presenza sempre più attiva di UE e NATO ai confini della Federazione, è servita a giustificare le successive politiche neo-imperialiste di Putin. Le brevi guerre della Russia in Georgia (2008) e in Ucraina (2014), e le varie forme di guerra politica che conduce in Europa, sono considerate risposte a una coerente offensiva occidentale.

La crisi dell’Ucraina ha profondamente modificato la posizione della Russia nello scenario europeo. Dopo la Rivoluzione ucraina del 2014, nelle zone a maggioranza russofona dell’Est del Paese si sono accesi numerosi focolai di ribellione, animati da un sentimento di appartenenza alla Russia. Forte della sua posizione, Mosca ha favorito un referendum in Crimea che si è concluso con la firma del Trattato di Annessione della regione alla Russia nel marzo del 2014.

L’annessione della Crimea ha tracciato un solco profondo nelle relazioni tra la Federazione Russa e l’UE, che ha progressivamente imposto misure restrittive contro il Cremlino. Queste sanzioni hanno visto impiegate sia misure diplomatiche (restrizioni di viaggio e di attività sul territorio) che economiche e individuali.

Conclusioni

Attualmente le relazioni tra la Russia di Putin e l’Unione europea sono ai minimi storici. Nonostante l’iniziale spinta alla cooperazione, Mosca oggi non è alla ricerca di un dialogo costruttivo con Bruxelles.

Per il momento, Putin sta adottando l’approccio divide et impera per creare il maggior numero possibile di scissioni, a più livelli, all’interno dell’UE. Con la nascita di numerosi populismi che destabilizzano l’Unione europea, il Cremlino ha dato sostegno alle posizioni radicali e ai valori “tradizionali” portati avanti dalle forze politiche degli Stati membri. Sono le campagne disinformazione rivolte verso la popolazione europea l‘arma con cui opera la Russia.

Inoltre, Mosca non ha abbandonato la sua pressione sull’immediato vicinato, oggetto anche di Politiche di Vicinato Europeo (PEV). La pressione sui Paesi limitrofi alla Federazione ha fatto crescere i timori sulla loro integrità territoriale, come nel caso della Bielorussia.

Qualsiasi tentativo di prevedere l’evoluzione delle relazioni fra Russia e UE nei prossimi anni deve certamente riconoscere il fatto che le relazioni tra le due parti sono rimaste notevolmente instabili dal 2014, e che entrambe oggi stanno attraversando un periodo di assestamento. Per Bruxelles è stato un anno di numerosi cambiamenti, dalle elezioni europee al rinnovo della Commissione nel 2019. In Russia, invece, il recente via libera alla riforma costituzionale che azzera i mandati presidenziali potrebbe permettere a Putin di ricandidarsi alle prossime elezioni, rimanendo al comando della Federazione ancora a lungo.

 

Fonti e approfondimenti

Jackie Gower, “European Union–Russia Relations at the End of the Putin Presidency”, Journal of Contemporary European Studies, 16:2, 161-167, 2008

White, J. , “The European Finality Debate and its National Dimensions”, J Int Relat Dev 7, 448–451, 2004

Gomart, “T. EU – Russia relations, towards a way out of depression”, CSIS, luglio 2008

European Parliament, Fact Sheets on the European Union – Russia, novembre 2019

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