Tensione sino-americana sugli armamenti in Corea

La tensione nella penisola Coreana sembra aver toccato un nuovo apice quest’anno, con ben due test nucleari e diversi missilistici effettuati dalla Corea del Nord nel corso del 2016. Di fronte alla minaccia posta dal dittatore  Kim Jong Un,  gli USA hanno reagito incrementando il potenziale dei loro sistemi di difesa nell’area del Pacifico. In luglio, in accordo con Seul, Washington ha optato per il dispiegamento nella zona di Termianl High Altitude Area Defense (THAAD) Systems , in italiano Difesa d’Area Terminale ad Alta Quota, ossia dei sistemi antibalistici capaci di intercettare e neutralizzare missili di medio e corto raggio. Questa  scelta permetterà agli Stati Uniti di ridurre considerevolmente la minaccia posta dal potenziale nucleare Nord Coreano, di fatto quasi nullificandola.

Sebbene tale decisione sia esclusivamente intesa come una  contromisura all’accrescimento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, essa potrebbe alterare radicalmente gli equilibri militari dell’intera area del Pacifico. Pechino ha di fatto espresso profonda insoddisfazione per il dispiegamento di sistemi THAAD, considerandoli non adeguati a ridurre la tensione nel teatro coreano e capaci di mettere a repentaglio la propria sicurezza nazionale. La Cina si è quindi dichiarata intenzionata a effettuare contromosse, sebbene  non sia ancora ben chiaro di che tipo, per rispondere alla decisione di Washington.  Ma perché Pechino considera i THAAD una minaccia per la propria sicurezza? Come possono dei sistemi di difesa non offensivi costituire un problema per la Cina ? Per rispondere a queste domande è necessario prendere in considerazione i punti cardine della dottrina nucleare della Repubblica Popolare.

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Fino agli anni 90, la strategia nucleare cinese si è basata sul concetto di deterrenza minima, vale a dire la capacità di rispondere ad un attacco nucleare lanciando un numero limitato di grandi testate sui centri abitati del nemico e infliggendo perdite intollerabili. Si trattava quindi di una strategia totalmente difensiva che escludeva la possibilità di un First strike atomico da parte di Pechino (la così detta politica del No-First-Use), mirando invece a scoraggiare un qualunque attacco nucleare. Sotto tale dottrina, le principali caratteristiche dell’arsenale atomico cinese erano due.

  1. La Cina aveva a disposizione un limitato numero di missili intercontinentali a testata singola.
  2. L’arsenale nucleare della Repubblica Popolare si basava esclusivamente su delivery systems dispiegabili via mare, mancando quindi di versatilità.

Lo sviluppo di sistemi di difesa antibalistici da parte degli Stati Uniti hanno alterato completamente gli equilibri nucleari tra Pechino e Washington, vanificando in parte la strategia cinese della deterrenza minima.  Lo scudo missilistico statunitense si basa infatti su sistemi difensivi di terra e sui Theater Ballistic Missiles Defence (TMD) dispiegabili via mare, costituendo una “barriera” multistrato difficile da penetrare.

In questo nuovo scenario la Cina si è quindi vista costretta a riadattare completamente il proprio arsenale alla nuova capacità difensiva degli Stati Uniti. Negli ultimi anni Pechino ha compiuto diversi sforzi per colmare questo gap, dispiegando nuovi sottomarini nucleari (gli 094) e sviluppando missili di tipo DF-35 armabili con testate multiple. La Repubblica Popolare da potenza nucleare relativamente piccola si sta quindi trasformano in potenza media, ma il posizionamento di sistemi di difesa THAAD in Corea, sebbene in funzione anti Pyongyang,   costituisce un’implicita minaccia per il governo di Pechino, mettendo ancora una volta in dubbio la dottrina cinese della deterrenza minima e di conseguenza la capacità della Cina di difendersi da un attacco nucleare americano.

Quali sono a questo punto i rischi di questo fonte di contrasto tra USA e Cina? Senza dubbio una corsa al riarmo nucleare è già parzialmente in corso. Colmare il gap con gli Stati Uniti costituisce una priorità per Pechino, non solo in un quadro generale ma anche in un’ottica regionale.  Tuttavia non sembrerebbe esserci un rischio di abbandono da parte della Cina della dottrina del No-First-Use.  Il libro bianco concernente la strategia militare cinese pubblicato nel maggio del 2015 riconferma infatti la volontà della Repubblica Popolare di non utilizzare il proprio arsenale come arma di offesa e di concepire le armi nucleari esclusivamente come strumento di difesa (ossia contrattacco) e di deterrenza strategica.  Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la futura amministrazione americana si troverà di fronte ad un vero e proprio rompi capo. Da una parte Washington dovrà comunque tenere a bada Kim Jong Un mostrando i muscoli quando necessario e assicurando i propri alleati del suo impegno nella regione, dall’altra sarà necessario evitare un aperto contrasto con una Cina più che mai decisa ad affermare il suo ruolo di grande potenza nel mondo e nel Pacifico.

Fonti

https://www.theguardian.com/world/2016/oct/01/us-and-south-korea-will-pay-the-price-for-missile-system-china-paper-says

Baohui Zhang, “US missile defence and China’s nuclear posture: changing dynamics of an offence–defence arms race”, International Affairs Vol.87, No.3, 2011: 555-569.

http://thediplomat.com/2015/05/strategic-warning-and-chinas-nuclear-posture/

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