La Libia al bivio: il possibile accordo Dbeibeh-Haftar e lo spettro del conflitto

Libia_Lo Spiegone
@Al Jazeera English - Wikimedia commons - CC BY-SA 2.0

Con il cambio dirigenziale imposto ai vertici della National oil corporation (NOC), la compagnia petrolifera della Libia, da parte del Governo di unità nazionale (GUN), con sede a Tripoli, la situazione nel Paese nordafricano rischia di farsi ancora più tesa. L’ultimo motivo di contrasto tra il GUN, guidato dal premier Abdulhamid Dbeibeh, e il Governo di stabilità nazionale (GSN), con sede a Tobruk, guidato dal premier incaricato non riconosciuto dalla comunità internazionale Fathi Bashagha, si inserisce in un contesto difficile che, dopo i mesi di relativa tranquillità del 2021, fa presagire la possibilità dello scoppio di un nuovo conflitto civile o di una risoluzione dello stallo politico tutto meno che democratica.

Il rimpasto ai vertici della NOC: una prova di forza e riavvicinamento tra Libia occidentale e orientale

Con la decisione n° 642/2022 emanata dal GUN il 12 luglio scorso, Mustafa Sanallah, l’ormai ex presidente della NOC, è stato licenziato e sostituito da Farahat Omar bin Qadarat, ex governatore della Banca centrale della Libia, in passato fedele al defunto raìs Mu’ammar Gheddafi. Contemporaneamente, la decisione del governo di Tripoli ha rivoluzionato lo stesso consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera: il ministro del Petrolio di Tripoli Mohammed Emhamed Aoun, insieme ai fedelissimi Hussein Safar, Masoud Musa e Ahmed Abdallah, rientrano ora nell’organo decisionale della compagnia.

Sanallah, considerato vicino agli Stati Uniti e ai Paesi occidentali, ha rifiutato la decisione del Primo ministro Dbeibeh, alzando ulteriormente il livello della tensione tra le fazioni libiche. La decisione di Tripoli ha ben poco di tecnico e molto di politico, portando le stesse Nazioni Unite, tramite il proprio vice-portavoce Farhan Haq, a invitare i leader libici a “depoliticizzare la NOC”

Da quanto emerso da diverse indiscrezioni, la nomina di bin Qadarat a presidente della NOC sarebbe stata oggetto di discussione di un incontro non ufficiale tra il premier di Tripoli Dbeibeh e il figlio dell’uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar, Saddam, avvenuto negli Emirati Arabi Uniti, Paese vicino a entrambi. Il cambio ai vertici della compagnia petrolifera farebbe quindi parte di un accordo di più ampio respiro tra due dei principali policymakers del Paese, precedentemente considerati rivali in quanto influenti in due aree contrapposte della Libia, in contrasto dalla Primavera araba del 2011.

24 ore dopo la nomina di bin Qadarat, il blocco delle principali infrastrutture energetiche della Libia orientale – che aveva portato al taglio del 70% delle forniture di gas e petrolio all’Italia – è stato revocato, dal momento che le milizie che avevano occupato giacimenti, gasdotti, oleodotti e porti erano riconducibili al generale Haftar. Un indizio che, secondo diversi quotidiani libici tra cui l’anglofono Libya Herald” sarebbe un’ulteriore prova dell’accordo stretto tra Haftar e Dbeibeh.

Haftar ha ora la possibilità di vedere uomini a lui fedeli entrare in un eventuale rimpasto del GUN, una mossa precedentemente considerata impossibile visto l’appoggio dello stesso generale al GSN di Bahsagha. Dal canto suo, Dbeibeh vede diminuire il rischio di venire deposto con le armi: il Libyan national army (LNA) di Haftar, ora potenzialmente alleato, rimane una delle Forze armate più forti del Paese. 

A uscire sconfitto da tale situazione, con un accordo che secondo Al-Jazeera avrebbe trovato l’appoggio di Italia e Regno Unito, sarebbe solo Bashagha, considerato quasi di troppo da parte degli attori libici e internazionali dopo gli avvicendamenti degli ultimi mesi: la comunità internazionale non lo riconosce, almeno per la maggior parte, le istituzioni principali del Paese rimangono in mano a Dbeibeh e ora verrebbe meno anche l’appoggio delle milizie della Cirenaica e, forse, del parlamento di Tobruk.

Da capo a dodici: il perché la Libia ha nuovamente due governi

Il 10 febbraio 2022, a pochi giorni dall’undicesimo anniversario dell’inizio della Primavera araba, la Libia si è trovata nuovamente divisa in ovest ed est tra due governi. Con il fallimento del percorso democratico che avrebbe dovuto condurre il Paese alle elezioni del 24 dicembre 2021, lo scontro politico si è polarizzato nuovamente. Da più parti, il premier ad interim Dbeibeh, nominato in seguito al Forum politico libico sponsorizzato dalle Nazioni Unite a inizio 2021, proprio per guidare il Paese alle urne, è stato accusato di non voler lasciare il potere nonostante la scadenza del mandato. Da parte sua, Dbeibeh ha subito affermato che sarebbe rimasto in carica, forte dell’appoggio di parte delle istituzioni libiche, fino alle nuove elezioni, nonostante data e modalità della tornata elettorale siano ancora da stabilire.

Con la scadenza del mandato di Dbeibeh, la Camera dei rappresentanti di Tobruk, il Parlamento libico con sede nell’est del Paese e le funzioni di una camera bassa – l’Alto consiglio di Stato di Tripoli svolge le funzioni di una Camera alta ed è considerato il senato libico -, ha designato l’ex ministro dell’Interno del precedente Governo di autorità nazionale (GNA) di Fayez al-Serraj, Fathi Bashagha, come Primo ministro, con l’incarico di guidare il Paese alle urne. Il primo marzo, il Parlamento di Tobruk ha votato la fiducia al nuovo premier incaricato, con una maggioranza di 92 deputati sui 101 presenti, come riferito dal presidente dell’organo Aguila Saleh. In realtà, come riportato da più fonti come il “Libya observer”, la modalità del voto è contestabile a dir poco: non solo per alcuni deputati presenti, come Mohammed Lino e Abdullah Heneish, il quorum minimo per la validità della votazione non era stato raggiunto (a detta loro erano 70 i presenti), ma la stessa modalità di votazione si è svolta per “alzata di mano”, modalità che lascia a desiderare in trasparenza.

Mentre da Tripoli Dbeibeh annunciava di non riconoscere la legittimità del nuovo premier, sostenendo che avrebbe lasciato l’incarico solo dopo le elezioni, Haftar esprimeva il proprio sostegno a Bashagha, facendo temere il peggio per il Paese nordafricano.

In realtà il rapporto tra il Parlamento libico orientale e il governo insediato nella parte occidentale del Paese si era incrinato da diverso tempo. Non solo Saleh, candidato come premier al Forum di Ginevra dal quale uscì vincitore Dbeibeh, ha sempre sospettato il rivale Dbeibeh di corruzione; ma nel settembre 2021, quando il GUN sembrava in ritardo sulla tabella di marcia per portare il Paese alle urne, la camera di Tobruk ha sfiduciato Dbeibeh, indirizzando il percorso politico libico verso l’ennesimo scontro est-ovest.

Sull’orlo della crisi: un conflitto civile sfiorato

I mesi successivi alla nomina di Bashagha sono stati caotici quanto preoccupanti. Arroccati su posizioni totalmente opposte e senza spiragli per il dialogo, entrambi i premier hanno provato a spostare gli equilibri di forza cercando il sostegno delle potenti milizie di Misurata, città natale di entrambi i politici, che si trova a occidente di Tripoli. 

Il 17 maggio, scortata dalla milizia al-Nawasi di Mustafa Gaddur, ovvero il fratello del ministro degli Esteri del governo Bashagha, Hafed Gaddur, la squadra di governo del GSN ha provato a insediarsi a Tripoli. L’accoglienza di Dbeibeh è stata tutt’altro che pacifica: dopo aver invitato l’aeronautica militare a «bombardare ogni convoglio militare non autorizzato», ha usato le milizie a lui fedeli per respingere il tentativo di insediamento. In seguito a una notte di sporadiche sparatorie, la capitale libica si è risvegliata con il bilancio di un morto e diversi feriti, non particolarmente alto, ma indicativo della traiettoria del processo politico libico. 

Una volta ritiratosi da Tripoli, il GSN si è insediato a Sirte, da cui continua a svolgere le sue attività, come la votazione sulla Legge di bilancio, anche se considerate illegittime da GUN e Onu. Nonostante l’accordo tra Dbeibeh e Haftar taglierebbe quasi del tutto il sostegno istituzionale e militare a Bashagha, il premier incaricato ha ribadito di voler entrare a Tripoli, promettendo di farlo nei «prossimi giorni» (dichiarazione del 12 luglio). 

Tuttavia, nonostante la traiettoria sembri premiare l’eventuale nuova accoppiata Dbeibeh-Haftar, non vanno sottovalutati i movimenti popolari. In un Paese in cui la situazione socio-economica è addirittura peggiore di quella politica, venerdì primo luglio, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza dando vita a sommosse che non si vedevano dal 2019: a Misurata (occidente), Sebha (Fezzan, nel sud), Bengasi (est) e Tobruk (est) ondate di libici, per lo più giovani, hanno attaccato edifici istituzionali. A Misurata, le Forze di sicurezza sono dovute intervenire esplodendo colpi in aria per disperdere una folla pericolosamente vicina al municipio locale. A Sebha, i manifestanti hanno assaltato la succursale locale del ministero delle Finanze, mentre a Bengasi, città simbolo dei movimenti anti-Gheddafi, migliaia di persone hanno occupato strade e piazze bloccando la città. Lo scenario più violento si è verificato a Tobruk però, dove migliaia di persone hanno assaltato il Parlamento, dando fuoco a computer, documenti, auto dei parlamentari mentre inneggiavano alla Libia e contro il generale Haftar e le milizie.

La flebile speranza del processo del Cairo e di future elezioni

Nonostante una risoluzione pacifica alla crisi dei due governi pare improbabile al momento, i due organi legislativi libici – Camera dei rappresentanti (Tobruk, Bashagha) e l’Alto consiglio di Stato (Tripoli, Dbeibeh) – sono riusciti a svolgere una serie di incontri costruttivi al Cairo, la capitale dell’Egitto. A detta di Stephanie Williams, la Consigliera speciale del Segretario generale dell’Onu – nominata a dicembre per sopperire a scadenza della missione, veto della Russia e dimissioni del precedente Inviato – le delegazioni dei due organi legislativi hanno raggiunto un accordo di massima sui controversi articoli che avevano rallentato e poi contribuito a impedire le elezioni di dicembre. Nonostante rimanga da risolvere la questione dell’eleggibilità di eventuali candidati con doppia cittadinanza, come Dbeibeh, la Williams ha fatto filtrare un timido ottimismo sulla possibilità di arrivare alle urne verso fine 2022 – inizio 2023.

 

Fonti e approfondimenti

Agenzia Nova, “Libia: al Cairo fatti passi avanti verso le elezioni, ma nel Paese ci sono ancora due governi”, 20 giugno 2022.

Agenzia Nova, “Libia: il nuovo presidente della Noc annuncia la revoca dello stato di forza maggiore su tutti i giacimenti”, 15 luglio 2022.

Agenzia Nova, “Libia: la sostituzione ai vertici della Noc potrebbe favorire un più ampio accordo tra Dabaiba e Haftar”, 13 luglio 2022.

Agenzia Nova, “Libia: spariti documenti segreti nell’incendio del Parlamento di Tobruk”, 5 luglio 2022.

Al-Jazeera, “Libya: Tobruk parliament names new PM, fuelling division”, 10 febbraio 2022.

Assad A., “Libya’s Parliament gives confidence to Bashagha’s government”, The Libya Observer”, 1 marzo 2022.

Tasci U. N., “Libya’s elite may unite, but elections still elusive”, Al-Jazeera, 18 luglio 2020.

Zaptia S., “Libya’s oil blockade lifted 24 hours after Sanalla’s removal”, Libya Herald, 16 luglio 2022.

Zaptia S., “NOC chairman Mustafa Sanalla and board of directors sacked by Aldabaiba – Bengdara appointed”, 13 luglio 2022.

 

Editing a cura di Carolina Venco

Be the first to comment on "La Libia al bivio: il possibile accordo Dbeibeh-Haftar e lo spettro del conflitto"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: