Ricorda 1962: decolonizzazione, etnie e conflitti in Ruanda e Burundi 

Riccardo Barelli (Remix Lo Spiegone) / Towiki60 - WikiMedia Commons - License CC BY-SA 3.0

Il primo luglio 1962, Ruanda e Burundi, due Paesi nel cuore del continente africano, ottennero l’indipendenza. Profondamente legati da storia, cultura e lingua, entrambi sperimentarono la colonizzazione tedesca e poi quella belga. Ugualmente, sia negli anni immediatamente precedenti che in quelli successivi all’indipendenza, furono travolti da conflitti scatenati da tensioni etniche, la cui nascita affonda le radici nell’esperienza coloniale. 

La competizione coloniale tra le potenze europee 

Prima dello “scramble for Africa“, la corsa europea alla conquista dell’Africa, Ruanda e Urundi (l’attuale Burundi) erano due regni distinti nella regione dei Grandi Laghi. A seguito della Conferenza di Berlino (1884-1885) e di un accordo anglo-tedesco per la spartizione dell’Africa orientale (1890), Ruanda, Urundi e Tanganica (corrispondente all’odierna Tanzania, fatta eccezione per Zanzibar, sotto controllo britannico) costituirono la colonia dell’Africa orientale tedesca

Situati nell’angolo nordoccidentale della colonia, sulle rive dei laghi Kivu e Tanganica e alla confluenza di diversi fiumi, Ruanda e Urundi erano due territori estremamente fertili e densamente popolati, verso i quali si rivolgeva l’appetito di differenti potenze coloniali. Il sogno britannico di costruire una ferrovia che collegasse il Mediterraneo a Città del Capo e mostrasse la grandezza imperiale di Londra si scontrava con il controllo tedesco di parte della regione dei Grandi Laghi. Anche con il Belgio, stanziato lungo il fiume Congo, le tensioni erano frequenti, tanto che i confini tra il Congo belga e l’Africa orientale tedesca furono tracciati ufficialmente solo nel 1910. 

Sebbene a Berlino fosse stato stabilito che, nel caso di un conflitto tra le potenze europee, in Africa la libertà di circolazione e commercio non sarebbe stata messa a repentaglio e gli scontri non avrebbero interessato quei territori, nel caos generato dallo scoppio della Prima guerra mondiale i tedeschi colsero l’occasione per occupare la parte orientale del Congo belga. Dall’altra parte, sin dal 1914, tra le autorità coloniali belghe nel Congo e quelle inglesi in Uganda ci furono frequenti contatti per concordare una strategia congiunta contro Berlino nel continente. Inizialmente in cooperazione con britannici e sudafricani, poi in modo autonomo, nei primi mesi del 1916, le truppe belghe sopraffecero le poche forze tedesche rimaste nella regione, assumendo il controllo di Ruanda e Urundi.

Sotto il controllo belga 

Nel 1924, la Società delle Nazioni concedette al Belgio il mandato sul Ruanda-Urundi, mentre la restante parte dell’Africa orientale tedesca, il Tanganica, fu affidata alla Gran Bretagna. Sotto l’egida dell’ONU, l’amministrazione belga proseguì anche al termine della Seconda guerra mondiale, con il compito di creare nel territorio le condizioni necessarie per il raggiungimento dell’indipendenza. 

Il passaggio dal dominio tedesco a quello belga non fu altro che un cambiamento nella continuità: mutava il dominatore, ma non si modificava la sostanza del dominio. Lo sfruttamento delle risorse naturali era affiancato dal reclutamento forzato di manodopera, iniziato nel corso della colonizzazione tedesca e inaspritosi durante quella belga. Nel 1917, ad esempio, Ruanda e Urundi furono costretti a fornire 20.000 portatori a supporto di un’offensiva contro i tedeschi a Mahenge (nell’odierna Tanzania) e i due terzi di essi non fecero ritorno. 

Sia i tedeschi che i belgi amministrarono il territorio in modo indiretto, appoggiandosi alle strutture indigene esistenti. Fu quindi mantenuta la tradizionale figura del re, anche se nel caso di Bruxelles, in ultima battuta, le decisioni venivano ratificate dall’amministrazione coloniale belga. 

A livello sociale l’avvento dei colonizzatori portò con sé una semplificazione e stratificazione su basi razziali di una realtà ben più complessa. Tutsi, hutu e twa, prima dell’arrivo degli europei, non erano gruppi etnici, ma sociali, appartenenti tutti ai banyarwanda e dediti a diverse occupazioni: i tutsi erano principalmente guerrieri e allevatori, gli hutu agricoltori e i twa cacciatori e raccoglitori. 

La teorizzazione, applicazione e radicalizzazione delle differenze tra questi tre gruppi da parte dei coloni preparò il terreno per i conflitti degli anni successivi. Ai tutsi, ritenuti superiori, furono affidate le maggiori responsabilità amministrative ed economiche, mentre gli hutu erano considerati più docili e succubi e quindi, pur rappresentando la maggioranza della popolazione, furono lasciati ai margini. Furono introdotte carte d’identità su base etnica e nacque una gerarchia che non prevedeva mobilità: per un hutu era impossibile ascendere a tutsi e un tutsi non poteva decadere a hutu. Di fronte alla crescita delle ricchezze e del potere dei tutsi, non sorprende che per molti hutu i nemici nella lotta per l’indipendenza non fossero solamente i coloni belgi, ma anche i tutsi. 

La nascita di due Stati indipendenti 

Capitalizzando su questo malcontento, nel 1957, il ruandese Grégoire Kayibanda, poi leader del Partito del movimento per l’emancipazione hutu (PARMEHUTU), scrisse il “Manifesto bahutu” (gli hutu sono chiamati anche bahutu), che conteneva richieste per un equo trattamento tra hutu e tutsi, ma si serviva di una terminologia razzista. A quella stessa terminologia, d’altra parte, si rifece l’élite tutsi nella sua risposta, sostenendo che non esistessero le condizioni per una pacifica collaborazione tra i due gruppi. 

Era quindi solo questione di tempo perché il malcontento hutu esplodesse e il tentativo, fallito, di assassinio di Kayibanda, nel novembre 1959, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con il favore del Belgio, che temendo di diventare bersaglio delle violenze insieme ai tutsi spostò il suo appoggio nei confronti degli hutu, gruppi di giovani hutu ruandesi reagirono uccidendo centinaia di tutsi e costringendone molti altri all’esilio negli Stati vicini. Iniziò così un periodo di violenza, da parte degli hutu nei confronti dei tutsi, che si protrasse fino al 1961 e prese il nome di “Rivoluzione sociale”. Tra i tanti tutsi che in quegli anni abbandonarono il Paese ci fu anche Paul Kagame che, anni dopo, alla guida del Fronte patriottico ruandese (RPF), pose fine al genocidio e divenne presidente del Paese. 

Se inizialmente il quadro in cui il Burundi si avviava all’indipendenza sembrava più tranquillo, gli avvenimenti ruandesi fecero precipitare la situazione anche nel Paese confinante. Nell’Unione per il progresso nazionale (UPRONA), guidata dal tutsi Louis Rwagasore, hutu e tutsi collaboravano in un unico partito con una forte connotazione indipendentista e vicino a raggruppamenti socialisti, come il Movimento nazionale congolese di Patrice Lumumba e l’Unione nazionale africana del Tanganica di Mwalimu Nyerere. L’appoggio belga agli hutu ruandesi durante la “Rivoluzione sociale” alimentò, in Burundi, un clima di sospetto tra hutu e tutsi, con questi ultimi che temevano che il Belgio spostasse i propri favori nei confronti degli hutu anche nel loro Paese. Gli eventi precipitarono nell’ottobre 1961, in corrispondenza dell’assassinio di Rwagasore, a seguito del quale nell’UPRONA si generò un vuoto di potere che alimentò i primi scontri tra hutu e tutsi nel partito. 

Di fronte a una situazione sempre più ingestibile, il Belgio accelerò i piani per l’indipendenza, organizzando nei due Paesi le elezioni municipali nel 1960 e quelle parlamentari l’anno successivo. Ma il primo luglio 1962 fu solo una tappa all’interno di un quadro sociopolitico funestato da continue ondate di violenza etnica. 

In Burundi, i crescenti contrasti interni, causati dal rifiuto del monarca di riconoscere i candidati hutu alle elezioni del 1965, portarono a un tentativo di colpo di stato da parte degli hutu e alla caduta della monarchia nel 1966 (in Ruanda, già nel 1961, si era tenuto un referendum, a seguito del quale era stata proclamata la Repubblica). Da quel momento, in Burundi si succedette un’ondata di colpi di stato, accompagnata da ciclici massacri su base etnica. Il vicino Ruanda, invece, era sprofondato nella guerriglia: molti tutsi, che negli anni della “Rivoluzione sociale” avevano abbandonato il Paese, si erano organizzati in milizie armate negli Stati circostanti, tra cui il Burundi, e attaccavano Kigali. 

Etnie ieri e oggi  

Nella seconda metà del Novecento, alcuni momenti segnarono profondamente le relazioni tra le due etnie in questi Paesi. In Burundi, nel 1972, la repressione di una ribellione hutu da parte dell’esercito fu tanto violenta da essere ricordata con il nome di «ikiza», “la catastrofe”. Ventun’anni dopo, invece, l’assassinio di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu del Paese dopo decenni di predonomio tutsi, innescò violenze hutu nei confronti dei tutsi. In Ruanda, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, il governo hutu di Kayibanda reagì agli attacchi della guerriglia tutsi uccidendo centinaia di civili della stessa etnia, mentre, anni dopo, il genocidio operato dagli hutu nei confronti dei tutsi rappresentò il culmine della violenza interetnica nel Paese. 

Oggi, le tensioni etniche sono meno evidenti. La retorica del governo ruandese di Paul Kagame, ad esempio, è volta a negare l’esistenza di due differenti gruppi etnici e a evitare scontri tra di essi. In Burundi, invece, poco prima della conclusione della guerra civile (1993-2005), fu siglato l’Accordo di condivisione del potere (2004), che sancì un bilanciamento tra hutu e tutsi nelle istituzioni politiche. 

La storia di questi due piccoli Paesi mostra, quindi, come un prodotto del periodo coloniale, l’etnia, abbia finito con il determinare profondamente e violentemente il corso degli eventi. Delineare da parte dei coloni una gerarchia tra hutu, tutsi e twa ha cristallizzato e radicalizzato una struttura sociale fluida, con un esito drammatico, e fatto sì che i conflitti interetnici abbiano rappresentato per decenni una triste costante nella storia di Ruanda e Burundi.  

 

 

Fonti e approfondimenti 

Chrétien, Jean-Pierre. 2016. “La guerre de 1914-1918 au Burundi. Le vécu local d’un conflit mondial”. Outre-Mers. 390-391: 127-151. 

Feyissa, Tigist Kebede. 2021. “Burundi-Rwanda Relations: The Road to Normalization”. Institute for Peace and Security Studies (IPSS). 15(7).  

Guichaoua, André, “Burundi and Rwanda: a rivalry that lies at the heart of Great Lakes crises”, The Conversation, 15/08/2016. 

Newbury, Catharine. 1998. “Ethnicity and the Politics of History in Rwanda”. Africa Today. 45(1): 7-24. 

Samson, Anne, “Ruanda and Urundi”, International Encyclopedia of the First World War, 18/02/2016. 

Sullivan, Tony, “A history of Rwanda and Burundi, 1894-1990”, libcom.org, 08/09/2006.  

Uvin, Peter. 1999. “Ethnicity and Power in Burundi and Rwanda: Different Paths to Mass Violence”. Comparative Politics. 31(3): 253-271.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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