Kashmir: il filo di lana che divide due Paesi

Il Kashmir è stato indicato come il luogo più pericoloso della Terra. Le relazioni tra India e Pakistan  hanno raggiunto il punto più basso dal 2011, dopo che il 18 settembre quattro militanti armati del gruppo pakistano Jaish-e-Mohammad hanno ucciso 18 persone nella regione indiana Uri. Il 29 settembre il governo indiano ha risposto conducendo degli attacchi contro i gruppi militanti pakistani, che, secondo le autorità indiane, si preparavano a infiltrarsi nel Kashmir controllato dall’India. Il Pakistan ha denunciato la morte di due suoi soldati negli scontri a fuoco.                                         Dall’anno in cui l’India e il Pakistan sono stati dichiarati due Stati  separati e indipendenti (1947), questa terra contesa e la sua popolazione sono state alla base di una costante tensione tra la democrazia più popolosa al mondo, l’India, e il suo vicino, il Pakistan. L’India amministra oggi circa il 43% del Kashmir, ma il governo indiano su queste aree è contestato dal Pakistan, il quale controlla circa il 37% della regione, l’Azad Kashmir e le zone settentrionali di Gilgit e Baltistan. Una piccola porzione di Kashmir è controllata infine dalla Cina.

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La questione del Kashmir affonda le sue radici nell’età coloniale, durante la quale lo Jammu e Kashmir rientrava nel novero dei 565 stati principeschi semi indipendenti che facevano parte del Raj (protettorato) britannico. Quando, il 15 agosto del 1947, l’Unione Indiana e il Pakistan sorsero dalle ceneri del colonialismo inglese, lo Jammu e Kashmir, al pari degli altri principati, si trovarono di fatto a dover optare per l’adesione a uno dei due nuovi stati. Se la logica prevalente voleva che i principati aderissero allo stato in cui ricadeva il proprio territorio, nel caso dello Jammu e Kashmir la questione era complessa, poiché esso confinava sia con l’India sia con il Pakistan. A ciò si aggiungeva il fatto che la maggioranza della popolazione di tale principato era di religione musulmana, mentre il sovrano, il maharaja Hari Singh, era di religione indù. Nello Jammu e Kashmir esisteva inoltre una contrapposizione storica fra la maggior parte della popolazione kashmira, costituita per lo più da contadini (musulmani) poveri, e una classe di proprietari terrieri locali, prevalentemente indù. Le tensioni socio-economiche presenti nella regione erano infine esacerbate da un diffuso malcontento politico nei confronti del regime autocratico imposto dal maharaja.

In questo scenario, il Pakistan rivendicava il diritto di annettere la regione in quanto composta prevalentemente da popolazione di religione musulmana, fondando la propria posizione sulla “teoria delle due nazioni”. Tale teoria postulava che gli indù e i musulmani dell’Asia meridionale costituissero due nazioni distinte. Al contrario, l’Unione Indiana sosteneva che comunità religiose diverse avrebbero potuto convivere pacificamente all’interno di uno stesso stato. L’annessione all’India dello Jammu e Kashmir, considerato dal governo di Delhi parte integrante del territorio indiano, sarebbe stata in questo modo anche un banco di prova per dimostrare l’infondatezza della “teoria delle due nazioni”. L’incerta situazione creatasi nel Kashmir esplose in una rivolta causata da tribù pakistane locali che metteva in discussione sia il potere dei proprietari terrieri della zona, sia il governo autoritario del sovrano Hari Singh. Quando la rivolta giunse alle porte della capitale Srinagar, il maharaja, incapace di fronteggiarla militarmente, si rivolse all’India: in cambio dell’invio di truppe indiane, e, a patto che al Principato venisse riconosciuto una certa autonomia, Hari Singh concordò l’adesione del proprio Stato all’Unione Indiana. A quel punto il Pakistan reagì inviando il proprio esercito e così le tensioni presenti nella regione si trasformarono in guerra aperta. Il conflitto indo-pakistano terminò nel 1949, quando si raggiunse il cessate il fuoco grazie alla mediazione delle Nazioni Unite (Risoluzione 47). La posizione in cui si trovavano gli eserciti indiano e pakistano in quel momento venne così cristallizzata: l’India aveva riconquistato una larga porzione del territorio conteso, mentre il Pakistan ne controllava la parte rimanente (Northern Areas, denominato dai Pakistani “Azad”, libero). La linea di confine definita dalle Nazioni Unite veniva rinominata“linea di controllo” (Line of Control). Il cessate il fuoco prevedeva che gli eserciti di India e Pakistan si ritirassero dai territori contesi, in modo da consentire alla popolazione del Kashmir di determinare democraticamente il proprio futuro attraverso il referendum popolare. L’India, però, si rifiutò di ritirare il proprio esercito appellandosi all’atto di adesione concordato con Singh. Al rifiuto indiano seguì quello del Pakistan: il referendum popolare, che era stato promesso originariamente dal primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, non ebbe così mai luogo.

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Line of Control

Negli anni ’60, l’India, in seguito alla sconfitta subita nella guerra scoppiata con la Cina a causa della disputa sui confini himalayani, fu costretta a rinunciare a una porzione del territorio del Kashmir, l’Aksai Chin, che passò in mano cinese. In seguito all’emergere di tensioni intercomunitarie nella regione e alla decisione del Pakistan di intervenirvi militarmente, si scatenò quella che viene ricordata come la seconda guerra indo-pakistana (1965). Il conflitto vide la pesante sconfitta delle truppe pakistane e si concluse con un cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite, che riportò lo status quo. Negli anni seguenti la questione del Kashmir rientrò anche, seppure indirettamente, nell’ambito delle trattative di pace che seguirono il terzo conflitto indo-pakistano, esploso nel 1971 intorno alla questione del Pakistan orientale (Indipendenza del Bangladesh).

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Sul finire del primo millennio l’economia della penisola indiana ebbe un incremento sostanziale, sopratutto grazie all’ascesa dell’India. Lo sviluppo economico della regione  del Kashmir ruota intorno al settore tessile, all’agricoltura e allo sfruttamento boschivo per la produzione della carta. La situazione di stallo generata dalle controversie tra i due Paesi confinanti non permette il pieno sviluppo delle potenzialità dell’economia regionale. Inoltre il grosso scoglio da superare riguarda la possibile revisione, o addirittura la revoca totale, del trattato del fiume Indo (1960) da parte del governo di Nuova Dehli. Il trattato ha portato alla spartizione dei fiumi, piuttosto che a un sistema di condivisione delle acque. Esso si è reso necessario poichè i fiumi sotto il controllo del Pakistan scorrono prima attraverso l’India. La chiave per comprendere il non decollo economico del Kashmir è esclusivamente politica: l’India, una delle potenze economiche mondiali, sta usando l’acqua come metodo per mostrare la propria durezza contro il Pakistan. “Sangue e acqua non possono fluire insieme” ha dichiarato il primo ministro indiano Narendra Modi, aggiungendo inoltre che i lavori per sfruttare al massimo il bacino idrico della regione saranno incrementati.

Dall’ inizio del nuovo millennio la situazione si è aggravata, anche a causa della dichiarata potenza nucleare delle due nazioni. Il Kashmir diventa il  perno della politica di India e Pakistan. Recentemente, la decisione del premier indiano Narendra Modi di boicottare il summit Saarc (South Asian Association for Regional Cooperation) organizzato da Islamabad per novembre, ha evidenziato ancora una volta come la questione sia ancora irrisolta.

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Una situazione così problematica lascia spazio ad una possibile soluzione? Le più importanti proposte per la risoluzione si possono riassumere in quattro punti fondamentali:

  • Autogoverno: è il tema di maggior rilievo politico-economico. Necessità di dar maggior spazio d’autonomia al Jammu & Kashmir, anche in ambito finanziario ed economico.
  • Meccanismi Transfrontalieri: per deliberare, consultarsi e decidere su temi riguardanti la regione. Importante è la questione sulla gestione comune delle risorse del territorio. Questa idea non ha ancora trovato uno slancio decisivo e rimane bloccata, aggravata anche dalla possibile revoca del Trattato sulle acque dell’Indo da parte di Modi.
  •  Aspirazioni Subregionali. La politica interna alla Valle domina la maggior parte degli altri problemi urgenti in tutto lo Stato del Kashmir incluso il lato pakistano. È necessario quindi affrontare le diverse aspirazioni regionali e i problemi connessi all’autonomia regionale, evidenziando le differenze con la Valle o affrontando i problemi connessi alla governance nelle regioni periferiche.
  • Smilitarizzazione. Tema fondamentale per riportare ordine all’interno della zona. Questa, se compiuta gradualmente e nei tempi giusti, con una riduzione della violenza terroristica, potrebbe essere vista di buon occhio anche dai falchi all’interno del governo dell’India.

La chiave per conseguire con successo gli obiettivi desiderati risiede nella corretta comprensione delle dinamiche politiche ed economiche, sopratutto da parte del governo di Nuova Delhi. Soltanto in questo modo sarà possibile risanare il conflitto nel Kashmir che oramai dura ininterrottamente da più di settanta anni. 

 

FONTI

 

https://www.crisisgroup.org/crisiswatch/september-2016

http://documents.worldbank.org/curated/en/517531468057347496/Azad-Jammu-and-Kashmir-Consultations-Report-World-Bank-Group-WBG-Country-Partnership-Strategy-CPS-2015-19-summary

https://www.hrw.org/reports/2006/india0906/india0906web.pdf

http://www.c-r.org/where-we-work/south-asia/history-kashmir-conflict

Kashmir: A Water War in the Making?

Analysis: Why Kashmir Matters

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