Un gigante dai piedi d’argilla: l’Indonesia

Un gigante dai piedi d’argilla: una definizione più che valida per descrivere l’Indonesia, la democrazia musulmana più popolosa del Mondo. Le debolezze principali dello stato indonesiano si riscontrano nella sua società. L’Indonesia è un Paese plurale, con una ventina di lingue, formato da più di 17.000 isole, le più conosciute sono Giava, Sumatra, Borneo e Papua. Il motto nazionale (Bhinneka Tunggal Ika) sottolinea l’unità nella diversità, da tutti i punti di vista (religioso, sociale, politico). Questa diversità però ha generato molti problemi tuttora irrisolti.

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La religione

L’Indonesia rispetta la libertà di culto, ma esiste l’obbligo di professare una religione. L’ateismo non è accettato, e il codice penale contiene disposizioni contro la blasfemia, penalizzando coloro che “travisano” fedi ufficiali. L’Indonesia riconosce ufficialmente l’Islam, il Protestantesimo, il Cattolicesimo, l’ Induismo, il Buddismo e il Confucianesimo. I cittadini hanno la possibilità di lasciare la sezione religione delle loro carte d’identità nazionali vuote, ma quelli che lo fanno subiscono discriminazioni.  Un rapporto di Human Rights Watch del 2013 ha rilevato il fallimento ripetuto dei governi nazionali e locali per la protezione delle minoranze religiose, tra cui la mancanza di indagare la violenza ed esibendo pregiudizio della pubblica accusa. Le congregazioni protestanti hanno lottato per ottenere il permesso locale per costruire chiese in alcune parti di Giava, anche se autorizzata dalla Corte Suprema. Le proteste violente contro Ahmadi, una setta islamica sciita con circa 400.000 seguaci indonesiani, stanno continuando, e il governo centrale continua a tollerare la discriminazione da parte dei governi locali. Una moschea Ahmadi è stata sigillata a Bekasi. La minoranza sciita ha anche subito violenze e intimidazioni, tra cui la conversione forzata. Negli ultimi anni, i gruppi islamici integralisti come il Defenders Front si sono impegnati per applicare la sharia in modo extragiudiziale (la sharia, legge fondamentale islamica, non è parte integrante della Costituzione) e per fare pressione ai governi locali a chiudere le chiese e le moschee non sunnite. Le loro attività violente non sono supportate dalle grandi organizzazioni islamiche, ma spesso hanno il supporto di funzionari governativi di alto rango. Le forze di sicurezza sono state criticate per aver silenziosamente ignorato i loro abusi. Il Governo di Jakarta, alla fine di quest’ anno, si è finalmente schierato, definendo illegale il gruppo integralista.

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La corruzione e la libertà di stampa

Un enorme problema della società indonesiana è la corruzione: si stima che più della metà dei 524 leader locali sono stati indagati per sospetta corruzione. Tra gli altri casi di alto profilo nel corso del 2014, Rudi Rubiandini, il capo di un governo speciale task force per gestire le attività del petrolio e del gas in Indonesia, è stato condannato a sette anni nel mese di aprile per aver accettato una tangente relativa a contratti di energia.

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La libertà di stampa è ostacolata da una serie di restrizioni legali e normative. Vengono applicate severe norme riguardo alle licenze riguardanti la divulgazione di notizie, anche se in modo non uniforme. Questo ha portato alla diffusione di migliaia di stazioni televisive e radiofoniche illegali che operano sul territorio indonesiano. I giornalisti stranieri non sono autorizzati a viaggiare per le province di Papua e Papua Occidentale senza un permesso speciale: due giornalisti francesi sono stati arrestati nel mese di agosto 2014 per aver violato i loro visti turistici durante le riprese di un documentario sui diritti umani in Papua; sono stati condannati a 2 mesi e mezzo di prigione. Come detto prima l’ateismo non è permesso e questo divieto ha portato alla promulgazione di diverse leggi sulla blasfemia che sono abitualmente utilizzate per limitare la libertà di espressione da parte di gruppi minoritari e separatisti. Spesso i reporters praticano l’autocensura per evitare di incorrere in  leggi sulla diffamazione civili e penali. Inoltre, i giornalisti a volte vengono sottoposti a intimidazioni e violenze di ogni genere, e purtroppo la maggior parte di queste rimangono impunite. Censura e autocensura di libri e film per i contenuti presumibilmente osceni o blasfemi sono abbastanza comuni. Nel mese di settembre, il Jakarta Post è stato accusato di blasfemia per la stampa di un cartone animato avrebbe insultato l’Islam.

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La violazione dei diritti umani

La popolazione indigena dell’Indonesia da lunghi anni è vittima di violazioni dei diritti umani, del diritto alla proprietà, del diritto a una vita in condizioni adeguate e sicure. E’ quanto si legge nella prima inchiesta nazionale sulla Violazione dei Diritti Umani delle Popolazioni Indigene nelle zone forestali del Paese, che è stata pubblicata a maggio scorso dallla Commissione Nazionale sui Diritti Umani. La polizia è stata più volte accusata di violazioni dei diritti umani, come uso eccessivo della forza e delle armi da fuoco, tortura e altri maltrattamenti soprattutto verso gli indigeni della Papua. Sono pervenute notizie su possibili uccisioni illegali. Nella maggior parte dei casi, i perpetratori non sono stati assicurati alla giustizia e le vittime non hanno ottenuto riparazione. I meccanismi interni ed esterni di accertamento delle responsabilità della polizia non sono riusciti ad affrontare in maniera adeguata i casi di abusi commessi dalla polizia e le indagini sulle violazioni dei diritti umani sono state rare. Sono stati scarsi i progressi nel garantire giustizia, verità e riparazione per le violazioni dei diritti umani commesse in passato ad Aceh, Papua e Timor Est. Le persone sopravvissute a violenza sessuale non avevano ancora avuto accesso ad adeguate cure e servizi medici, psicologici, sessuali e riproduttivi o per la salute mentale. A settembre 2011, il governo indonesiano ha annunciato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite la prossima stesura di una nuova legge per la creazione di una commissione di verità e riconciliazione. Tuttavia non ci sono state notizie di progressi in tal senso.

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Lo Stato indonesiano si definisce una Repubblica Presidenziale, ciò significa che  l’esecutivo è in mano al Presidente della Repubblica e ai suoi consiglieri. Joko Widodo, ex uomo d’affari e governatore della capitale Jakarta, ha vinto le elezioni presidenziali di luglio 2014 con circa il 53% dei voti. La popolarità di Widodo è dovuta in parte alla sua reputazione pulita e la sua relativa distanza dalle élites radicate. La corruzione, la collusione e il nepotismo hanno perseguitato gli sforzi per riformare l’Indonesia dopo la caduta di Suharto, l’uomo che ha governato autocraticamente il Paese per 31 anni (dal 1967 al 1998).

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Il Presidente eletto Joko Widodo

Suharto prese il potere attraverso un colpo di Stato nel 1967, esautorando l’allora governo comunista. Il regime di Suharto è tristemente famoso per aver perseguitato con accanimento gli oppositori politici e aver utilizzato sistematicamente l’esercito per mantenere il controllo delle regioni del Paese in cui si sviluppavano movimenti dissidenti. Si calcola che più di un milione di sospetti comunisti siano stati uccisi negli anni successivi alla presa del potere nell’inerzia compiaciuta di Stati Uniti e Gran Bretagna, fautori e sostenitori del regime, che vedevano nelle stragi di massa dei “comunisti” un vantaggio insostituibile. Gli attori esterni videro di buon occhio questo massacro anche per rafforzare la presenza di alleati USA nel Sud-Est Asiatico (siamo nei delicatissimi anni in cui la Guerra Fredda esplose in Vietnam). Nel mese di maggio del 2014 L’Indonesia, dopo il trentennale controllo politico del Governo da parte delle forze militari, ha deciso tramite Corte Costituzionale che il personale militare e di polizia continueranno ad essere esclusi dal voto nelle future elezioni presidenziali.

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L’ex dittatore Suharto

Il potere legislativo è esercitato dal Majelis Permusyawaratan Rakyat (MPR) o ‘Assemblea Consultiva del Popolo’, che consiste del Dewan Perwakilan Rakyat (DPR), il  Consiglio Rappresentativo del Popolo, eletto con un mandato di 5 anni, e dal Dewan Perwakilan Daerah (DPD), il Consiglio Rappresentativo Regionale. In seguito alle elezioni del 2004, L’Assemblea del Popolo è diventato un parlamento bicamerale, con l’istituzione del  Consiglio Regionale come seconda camera. L’Indonesia, dopo anni di dura lotta, è riuscita finalmente a giungere ad una forma di democrazia quasi “occidentale”, caso più unico che raro nel Sud-Est Asiatico, dove regimi comunisti monopartitici e autocrazie la fanno da padroni.

Il Partai Demokrat è l’attuale partito politico del governo, che fonda la sua politica sulla Pancasila, un pensiero filosofico di antica tradizione indonesiana. L’etimologia della parola deriva dalla lingua sanscrita: la parola panca sta per cinque sensi, mentre sila sono i principi. Venne presa come spunto da alcuni politici come Sukarno, primo Presidente dell’Indonesia indipendente, per la redazione della Costituzione indonesiana del 1945. Esso comprende cinque principi ritenuti inseparabili e interdipendenti su cui si fonda il governo indonesiano:

  • Fede nell’unico e solo Dio
  • Giustizia e civiltà umana
  • Unità dell’Indonesia .
  • Democrazia guidata dalla saggezza interiore dell’unanimità derivata dalle delibere dei rappresentanti
  • La giustizia sociale per tutto il popolo indonesiano

Ovviamente, nel corso della storia politica indonesiana questi dettami sono stati largamente travisati, e in certi casi ( vedi la dittatura di Suharto)  gettati nel dimenticatoio.

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L’Indonesia ha intrapreso diverse riforme per affrontare le debolezze strutturali e migliorare la competitività a livello economico. Riforme recenti hanno messo maggiore enfasi sul miglioramento dell’efficienza normativa, sul rafforzamento della competitività regionale e la creazione di un più vivace settore privato attraverso la modernizzazione del settore finanziario. Nonostante i progressi evidenti, il potenziale di crescita dell’Indonesia rimane fragile e ostacolato da regimi giuridici e da investimento inefficienti.

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Crescita del PIL in Indonesia

La debolezza dello Stato di diritto rimane uno dei principali ostacoli per attrarre capitali. In qualità di membro del G20 e come forza trainante all’interno dell’ASEAN, l’Indonesia ha un ruolo crescente a livello multilaterale. La forza che anche in passato ha dimostrato, come l’aver organizzato nel 1955 della Conferenza AfroAsiatica dei Paesi non allineati a Bandung, deve ritornare. L’Indonesia è fondamentale per l’ASEAN, dal momento che Jakarta vuole essere il Paese leader di un Sud-Est Asiatico geopoliticamente troppo importante in questo periodo storico. Rafforzare quindi i traguardi ottenuti con fatica, e risolvere i problemi sociali interni: sono questi i target per trasformare l’argilla delle sue fondamenta in cemento armato. Solo così l’Indonesia può continuare ad essere leader.

Fonti:

https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2015/indonesia

http://www.heritage.org/index/country/indonesia

http://www.tradingeconomics.com/indonesia/indicators

http://www.systemicpeace.org/polity/ins2.htm

http://globaledge.msu.edu/countries/indonesia/government

http://indonesia.go.id/

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