La nuova rivoluzione francese passa dal voto

Domani la Francia si recherà alle urne per scegliere il nuovo presidente. Queste elezioni saranno una nuova rivoluzione per il paese, ma che come quella del 1779 avrà effetti su tutto il panorama internazionale, e in particolare quello europeo.

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Una rivoluzione interna

La campagna elettorale ci sta mostrando come la politica francese si sta modificando e riassettando su nuove direttrici. Il sistema politico della 5° Repubblica, che ci aveva abituato ad una corsa serrata a due tra il Partito Socialista e il Partito Repubblicano, sembra essere definitivamente morto e con esso sembra stiano per essere seppellite due figure storiche che hanno permesso la creazione di questo sistema: il generale Charles De Gaulle e il leader socialista Francois Mitterand.

Nessuno dei candidati in questa elezione si avvicina ad una delle due figure, tantomeno ne richiama la memoria storica o politica. Le figure della quinta repubblica sono ormai oggetti da museo che nessuno vuole andare a scomodare perché non attirano più nessuna parte di elettorato, il quale ormai chiede poche parole su ideologie e proiezioni intellettuali ed esige per i grandi problemi in cui naviga la Francia.

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Il nuovo sistema che si sta formando appare invece più dinamico e e più frammentato con un probabile multipartitismo che caratterizzerà la Francia per i prossimi anni. I due vecchi partiti sono esplosi, vi è stato un nuovo riposizionamento generale in cui le sinistre e le destre radicali hanno ripreso grande ruolo e il centro ha allargato il proprio spettro, praticamente annullando il partito di centro sinistra e danneggiando seriamente il centro destra.

La rivoluzione sta però non solo in un ri-posizionamento partitico ma anche in una riscrittura delle regole dello scontro politico. Fino adesso la Francia non aveva mai assistito a casi come il Penelope-gate, o comunque gli scandali avevano sempre colpito personaggi minori e tutti si erano sempre dimessi lasciando l’agone politico. Prima di queste elezioni i cittadini francesi non avevano mai assistito ad attacchi dei propri candidati alla magistratura e alla Presidenza stessa, comportamento che Fillion ha usato per buona parte della campagna per difendersi dalle accuse.

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Le nuove direttrici di condotta politica non sono l’unica cosa innovativa in questa tornata elettorale, il dato fondamentale è la disfatta dei partiti. Fino a questo momento le elezioni sono sempre state guidate da uno strapotere mediatico e politico delle formazioni partitiche che invece durante questa campagna elettorale si sono trovate tavolte da movimenti e personalità dominanti.

Gli esempi chiari e lampanti sono Melenchon e Macron. Il primo, che ha sempre sofferto nelle scorse elezioni l’apparato del Partito Socialista nonostante avesse sicuramente dalla sua capacità oratoria e carisma, sta liberando tutto il suo potenziale, distruggendo, almeno nei sondaggi il Partito Socialista che aveva lasciato con disprezzo. Il secondo è la prima persona in Francia che esce da un partito e non scompare nella palude politica, come aveva fatto Melenchon per molto tempo, ma anzi diventa il principale candidato a diventare presidente.

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L’ultimo dato che sicuramente colpisce è la volatilità dell’elettorato che al contrario in Francia ha sempre mantenuto una sorta di appartenenza, più legata ai grandi valori che i partiti rappresentavano più che ai partiti stessi. Lo spostamento ideologico di molti gruppi politici, che hanno imbracciato temi a cui erano sempre stati lontani, ha invece riorganizzato il sistema e messo in crisi l’elettorato, tanto che a due giorni dalle elezioni il 30% della popolazione si dice pronto a cambiare schieramento.

Una rivoluzione europea

Benché lo sconquasso nel mondo politico francese sia significativo, la rivoluzione più scioccante che potrebbero portare le elezioni presidenziali francesi è sicuramente legata alle situazione fuori dai confini francesi. L’Europa è senza ombra di dubbio la più interessata al nuovo inquilino dell’Eliseo, e ai due candidati che si confronteranno per arrivarci, ma anche il resto del mondo sarà concentrato sui risultati.

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A Bruxelles sono tutti consci che la frase che dice “Senza Londra si può stare, ma senza Parigi è impossibile è realtà e sanno che un’eventuale vittoria della signora Le Pen sarebbe la fine dell’Europa Unita, nonché di qualsiasi altro progetto di integrazione. Tutti gli europeisti sono anche consci, e sperano, che queste elezioni sono la conferma del trend che è arrivato dall’Olanda, la quale ha sussurrato al mondo che: l’Europa non è terra di vittoria per i populismi.

Se Macron, l’uomo che ha fatto dell’Europa la sua bandiera, entrasse all’Eliseo allora queste elezioni francesi sarebbero il primo passo per il futuro sviluppo dell’integrazione europea con una Francia forte ed europeista a giocare un ruolo chiave nell’unione. È utile ricordare che Parigi potrebbe trasformare il seggio nel Consiglio di Sicurezza in un de facto seggio europeo, prendendo consiglieri italiani, tedeschi e spagnoli, e potrebbe mettere a servizio dell’Europa un esercito che non ha rivali nel continente, in fatto di esperienza e di numeri.

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La vittoria di personaggi com Fillion o Melenchon aprirebbero scenari incerti, soprattutto nel caso del secondo. Nel caso del primo molti pensano che sia possibile riavere un nuovo Sarkozy con lo stesso europeismo a corrente alternata, convinto fino alla morte nella crisi economica e deciso ad agire da solo nel caso della crisi libica. Nel caso del secondo attualmente è difficile anche solo comprendere come interpretare questo dato, sicuramente sarebbe una scossa per i partiti di estrema sinistra europei che avrebbero un valido alleato .

Una rivoluzione mondiale

Le elezioni presidenziali però potrebbero essere una rivoluzione anche per due paesi come Russia e Stati Uniti che sicuramente domenica sera saranno attaccati al televisore a guardare quello che potrebbero essere le elezioni in un paese amico o rivale.

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Il Presidente Donald Trump troverebbe molto più facile trovare un solido appoggio in una Francia isolazionista e conservatrice, guidata da Marine Le Pen, rispetto ad una paese transalpino guidato da Macron, che riceve spesso telefonate da Barack Obama, con alle spalle un’Europa schierata compatta. Gli Stati Uniti guardano attualmente alla Francia come un attore neutro su cui si può contare solo in parte e sperano che possa definire un partner più malleabile.

Dal Cremlino la speranza è la stessa ma per altri motivi, avere una Francia nelle mani della Le Pen potrebbe essere un vantaggio per l’eventuale disfacimento dell’Europa, ma non tutti sono così sicuri che Vladimir Putin voglia proprio questo. L’interesse di Mosca è non avere degli interlocutori assolutisti e nemici, ma che siano pronti a scendere a patti così da riuscire ad avere delle limitazioni alle sanzioni, in cambio di sicurezza e stabilità in Ucraina e Siria.

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Non sono solo le grandi capitali del mondo a tenere gli occhi puntati sulle Presidenziali francesi, ma anche le capitali africane. Gran parte dell’Africa vede in Parigi un interlocutore, portatore di instabilità o stabilità, e vuole capire come si muoverà il futuro Presidente. Sarà interventista, come Hollande quando decise di inviare una massiccia operazione militare in Mali, o sarà più sottile, come Sarkozy che, tolta la Libia, utilizzò solo strumenti ONU e Nato, ma che allo stesso tempo finanziava tutti i regimi vicini e amici di Parigi. Non solo la politica estera francese sarà centrale, le piccole isole del Pacifico, e anche i più poveri stati Africani, terreno il fiato sospeso guardando i risultati tenendo a mente i programmi di Fillion e Le Pen, in cui si limita grandemente lo spostamento tra la Francia insulare, e le ex colonie, e la Francia continentale e si promette di stralciare i piani di aiuti che mantengono questi piccoli paesi a galla.

In conclusione l’unica certezza che abbiamo per adesso è che la rivoluzione vi sarà, resta solo aspettare i risultati per capire in quale direzione questo grande cambiamento andrà.

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