Guida ai cambiamenti climatici: le cause principali

Ad oggi, il livello di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera ha superato le 410 parti per milione (ppm), a fronte dei 280 ppm presenti agli albori della rivoluzione industriale, aumentando del 46%.

Quando si parla di “parti per milione”, potrebbe non sembrare molto. In realtà, se quei 410 ppm di CO2 venissero spalmati sulla superficie terrestre, avremmo 6 kg di COsu ogni metro quadro, con uno strato alto 3 metri. Trattandosi di emissioni di COnell’atmosfera, questo strato è ciò che stiamo aumentando, rendendo sempre più spessa la coperta che tiene al caldo il pianeta. Infatti, quando il livello di COaumenta, questo contribuisce ad aumentare il naturale effetto serra.

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L’atmosfera e i gas serra in essa contenuti sono in grado di intrappolare parte del calore che riceviamo dal Sole, permettendoci di godere di una temperatura media di circa 15 gradi, al posto delle temperature sotto lo zero che avremmo altrimenti. L’equilibrio nella concentrazione di gas serra – agendo come termoregolazione naturale della Terra – ha fino ad oggi permesso di mantenere condizioni termiche idonee alla sopravvivenza della vita terrestre.

Grazie ai diversi ed innumerevoli processi causati dalle attività umane, questo equilibrio è stato sconvolto, immettendo nell’atmosfera non solo altissime concentrazioni di CO2, ma anche di altri gas climalteranti ancora più potenti: metano (CH4), protossito di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoruro di zolfo (SF6).

Ognuno di questi gas ha una specifica capacità di trattenere calore. Rispetto alla CO2, il metano (CH4) ha un potenziale di riscaldamento 21 volte più elevato, il protossito di azoto (N2O) 310 volte, gli idrofluorocarburi (HFC) da 140 a 11.700 volte, i perfluorocarburi (PFC) dalle 6.500 alle 9.200 volte, e l’esafluoruro di zolfo (SF6) 23.900 volte. Tutti questi gas, venendo costantemente riversati nell’atmosfera da 150 anni a causa di diverse attività umane, hanno già portato le temperature ad aumentare di 1 grado rispetto all’era preindustriale, come evidenziato nel report dell’IPCC rilasciato a ottobre 2018 (IPCC, 2018).

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Le attività a causa delle quali questi gas vengono rilasciati sono ciò che, fino ad oggi, ha garantito uno sviluppo economico e tecnologico globale. Tuttavia, la scienza (IPCC, 2018) dimostra come queste attività non siano sostenibili a lungo termine, perché in conflitto con le leggi naturali che regolano l’esistenza stessa di tali attività.

L’anidride carbonica (CO2) viene prodotta prevalentemente dall’uso di combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale) in tutte le attività industriali, energetiche e dei trasporti. Il metano (CH4) – 20 volte più potente dell’anidride carbonica nella capacità di riscaldare il pianeta – viene prodotto da allevamenti animalidiscariche di rifiuti e coltivazioni di riso. Il protossito di azoto (N2O) – 300 volte più potente dell’anidride carbonica – viene emesso in grandi quantità prevalentemente dal settore agricolo, ma anche da trasporti e industrie chimiche e manifatturiere; da queste ultime risultano anche emissioni di idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoruro di zolfo (SF6) – gas migliaia di volte più potenti dell’anidride carbonica.

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Nonostante i recenti progressi nell’adozione e diffusione di forme di energia rinnovabile, l’uso di combustibili fossili come fonte energetica può considerarsi ancora il principale problema legato alle emissioni di gas serra (Ritchie & Roser, 2018).

I combustibili fossili sono riserve di materiale organico – cioè ricco di carbonio – formatisi dalla decomposizione di resti di piante e animali in centinaia di migliaia di anni. Durante gli ultimi 150 anni, l’uomo è riuscito a sconvolgere questo equilibrio naturale: la presenza di tali riserve di carbonio sotterraneo, infatti, ha permesso fino ad oggi di avere livelli stabili di gas serra nell’atmosfera, e di mantenere condizioni adatte alla vita. Ora, queste condizioni sono minacciate gravemente dalla combustione di materiali che sarebbero dovuti rimanere naturalmente protetti all’interno della crosta terrestre, e che invece ora si trovano in atmosfera.

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L’emissione di gas serra dovuta all’uso di combustibili fossili e ai processi industriali ha contribuito per il 78% del totale incremento di gas serra dal 1970 al 2011.

L’utilizzo di nuove tecnologie e fonti di energia rinnovabili sono in notevole crescita, e nei prossimi 5 anni – grazie alla costruzione di nuove centrali elettriche in tutto il mondo – verranno prodotti un milione di megawatt di energia “pulita”, una potenza pari alla metà di tutte le centrali a carbone costruite negli ultimi 80 anni. Una rivoluzione energetica che è possibile grazie all’avanzamento tecnologico, ma soprattutto grazie alla messa in atto di politiche a livello nazionale (ed internazionale) che favoriscano la diffusione di questo tipo di tecnologie alternative, e scoraggino fortemente l’utilizzo di combustibili fossili.

L’utilizzo di combustibili fossili non è – come talvolta si tende a pensare – l’unica causa del rilascio incontrollato di gas serra, e quindi dei cambiamenti climatici. Agricoltura, deforestazione e cambiamenti nell’uso del suolo sono altre tra le più influenti cause. Ad esempio, le emissioni dovute alla deforestazione – specialmente nelle zone dei tropici – risultano essere comparabili a quelle derivate dai trasporti, con circa il 18%; le emissioni di metano (CH4) e protossito di azoto (N2O) derivate da agricoltura, coltivazioni di riso, pascoli e terreni agricoli, contribuiscono al nostro impatto sul clima per il 14%. Considerando inoltre che l’espansione agricola è il principale fattore di deforestazione, l’agricoltura rappresenta in realtà la causa  del 30% delle nostre totali emissioni di gas serra.

La produzione di carne, specialmente bovina, contribuisce poi in maniera particolare ai cambiamenti climatici, oltre che ad altri seri problemi ambientali (deforestazione, mancanza di ossigeno negli oceani, perdita di biodiversità). Basti pensare che circa il 70% di tutti i terreni agricoli e il 30% di tutte le terre emerse sono adibiti alla produzione di carne. Nell’Unione Europea, due terzi dei terreni agricoli e dei loro prodotti sono destinati a diventare mangime per animali.

Il bestiame produce grandi quantità di metano (CH4) durante la digestione, e sono necessarie grandissime quantità di mangime per supportarne la crescita, con un’efficienza pari all’1%. Servono infatti 30 calorie di mangime per produrre una sola caloria di carne bovina. Quest’efficienza dell’1% è considerata come la massima raggiunta dai Paesi industrializzati attraverso l’uso di allevamenti intensivi; nei Paesi in via di sviluppo, tale efficienza può essere ancora minore. Per capire meglio quali siano le conseguenze ed il significato dell’1% di efficienza nella produzione di carne, basti pensare che se i prodotti agricoli usati come mangime animale o per altri fini – ad esempio, come biomassa per la produzione energetica – fossero indirizzati direttamente all’uomo per consumo diretto, il 70% di calorie in più diventerebbe disponibile per rispondere ai bisogni di altri 4 miliardi di persone (Kleeman & O’Riordan, 2015).

La necessità di produrre tali quantità di mangime per animali per rispondere alla domanda globale di carne comporta lo sfruttamento di terreni agricoli utilizzando fertilizzanti sintetici. Questi ultimi – infiltrandosi nel terreno e arrivando, tramite le piogge, a fiumi, laghi e oceani – contribuiscono a fenomeni quali la produzione eccessiva di alghe e altri organismi, perturbando gli ecosistemi e consumando ossigeno necessario alla sopravvivenza di tantissime specie animali (negli ultimi 40 anni, il 52% delle specie selvatiche è scomparso anche per questo motivo). La conversione del suolo a terreni agricoli, inoltre, contribuisce ai cambiamenti climatici, in quanto i terreni convertiti a monocoltura hanno una capacità estremamente minore (rispetto a foreste o terreni lasciati incolti) di “immagazzinare” carbonio, il quale viene rilasciato in atmosfera sotto forma di gas serra.

Per esempio, la crescita del consumo di carne ha portato all’espansione dei terreni agricoli adibiti alla coltivazione di soia in Brasile e alla distruzione della foresta Amazzonica – uno dei principali ecosistemi responsabili dell’equilibrio del sistema climatico.

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L’intero settore zootecnico è infatti responsabile del 18% delle totali emissioni mondiali di gas serra, come affermato dalla Food and Agricultural Organization (FAO) delle Nazioni Unite (FAO, Environmental Assessment Model)

Nonostante ciò, il consumo di carne è in continuo aumento, triplicato negli ultimi 40 anni. Nei Paesi più ricchi, il consumo di carne è 10 volte superiore a quello delle nazioni più povere: se tutti quanti, su questo pianeta, seguissero una dieta simile a quella adottata dai Paesi industrializzati (circa 80 kg di carne per persona all’anno), avremmo bisogno di convertire un altro miliardo di ettari in terreno agricolo -un’area pari a quella degli Stati Uniti. Le conseguenze sul clima e sugli ecosistemi naturali impedirebbero di rispettare il target degli accordi di Parigi, raggiungendo o superando i 2 gradi di temperatura sopra i livelli preindustriali (IPCC, 2018)

L’aumento della popolazione mondiale rende ognuno di questi problemi una sfida ancora più grande per il futuro. Le dimensioni del nostro pianeta sono rimaste le stesse, ma il numero di abitanti è aumentato esponenzialmente – ponendo sia il problema della disponibilità di risorse, sia quello del riscaldamento globale dovuto all’emissione incontrollata e sempre maggiore di gas serra nell’atmosfera.

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La parola “sostenibilità” si riferisce alla compatibilità delle nostre azioni (quelle di 10 miliardi di persone nel 2050) con i bisogni del pianeta. Ciò che ci ha condotto alle tragiche prospettive su cui concordano migliaia di scienziati (IPCC, 2018), è la presunzione che i bisogni naturali della Terra su cui viviamo non corrispondano ai nostri bisogni. Il profitto economico è, infatti, il bisogno primario che ha trainato la società portandola di fronte al baratro: concentrarsi sui profitti a breve termine ha inibito la nostra capacità di osservare le conseguenze a lungo termine delle nostre azioni. Tuttavia, la capacità della Terra di resistere alle nostre “perturbazioni” ha raggiunto il suo limite massimo, e ci impedisce di rimandare il confronto con le nostre responsabilità.

 

Fonti ed approfondimenti

http://www.greenreport.it/news/clima/co2-atmosfera-record-assoluto-ad-aprile-41031-parti-milione-ppm/

https://www.ghgprotocol.org/sites/default/files/ghgp/Global-Warming-Potential-Values%20%28Feb%2016%202016%29_1.pdf

https://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/ch2s2-10-2.html

http://www.fao.org/resources/infographics/infographics-details/en/c/218650/

https://www.theguardian.com/environment/2018/may/31/avoiding-meat-and-dairy-is-single-biggest-way-to-reduce-your-impact-on-earth

https://ourworldindata.org/co2-and-other-greenhouse-gas-emissions

https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00139157.2015.1025644

 

 

 

 

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