I volti delle donne d’Africa: la voce delle donne africane in politica (prima parte)

Il volto tratteggiato di una donna, composto con i contorni dei confini dei Paesi dell'Africa
Foto di Armando D'Amaro - Lo Spiegone

Dal Ruanda alla Nigeria, dal Sudafrica al Burkina Faso. In Africa, la partecipazione politica femminile è un fenomeno sfaccettato che attraversa storia, cultura e società. Sono diversi i fattori che possono ostacolare il coinvolgimento politico delle donne – culturali, economici, educativi, di accesso all’informazione e tecnologici – e sono differenti anche le strategie adottate per farvi fronte

Analizzare questi aspetti è l’obiettivo degli ultimi due articoli del progetto “I volti delle donne d’Africa”. Il primo è destinato a comprendere gli ostacoli alla partecipazione politica femminile, il secondo, invece, ad analizzare le principali strategie utilizzate per farvi fronte. 

Politica e donne in Africa 

Nell’epoca precoloniale, le donne africane governavano regni, fondavano Stati e città, guidavano eserciti in battaglia e avviavano conquiste militari. Rivestivano ruoli di grande prestigio ed erano riconosciute come autorità di tutto rispetto. Molte donne erano regine e sono ricordate ancora oggi per l’abilità politica e il valore militare. È il caso della regina di Saba in Etiopia, considerata l’iniziatrice della dinastia imperiale che ha guidato il Paese fino alla deposizione di Hailé Selassié, nel 1974. Oppure, della regina Nzinga che, nei territori corrispondenti agli attuali Angola e Repubblica Democratica del Congo, guidò l’esercito contro l’avanzata dei colonizzatori portoghesi.

Con la colonizzazione, gli europei introdussero concetti patriarcali, sconosciuti fino a quel momento alla società africana, e si diffuse l’idea che solo l’uomo fosse legittimato a negoziare con i colonizzatori. Nonostante ciò, le donne continuarono a far sentire la propria voce, soprattutto attraverso proteste e manifestazioni, come nel 1929 in Nigeria, dove condussero una ribellione contro il potere coloniale britannico, accusandolo di aver introdotto una politica fiscale per loro svantaggiosa e riuscendo a ottenere un miglioramento della loro condizione. 

Il periodo delle indipendenze ridiede spazio politico alle donne, anche se per poco e in modi diversi. In alcuni contesti – Mozambico e Guinea-Bissau -, la guerra di liberazione delle donne era considerata parte integrante della lotta di liberazione nazionale. I leader del Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO), ad esempio, ritenevano che l’indipendenza del Paese avrebbe portato alla liberazione delle donne dai concetti patriarcali e permesso la costruzione di una nuova società più equa. Queste idee riguardarono anche lo Zimbabwe, dove le donne parteciparono attivamente alla lotta armata contro il regime coloniale. La domanda di maggiori opportunità e diritti per le donne – educazione e partecipazione alla vita politica – era invece alla base del coinvolgimento femminile nelle richieste di indipendenza in Uganda e Tanzania.

Ben presto, però, la nascita di regimi a partito unico mise in discussione l’attivismo delle donne in molti Paesi: spesso la figura femminile fu depoliticizzata e la partecipazione politica fu limitata alle ali femminili del partito dominante, la cui agenda, in termini di tutela dei diritti della donna, doveva essere coerente con i fini del partito.

Agli effetti della transizione democratica – dagli anni Novanta molti Paesi aprirono lo spazio politico, permettendo la creazione di nuovi movimenti, e garantirono maggiore libertà di stampa -, si aggiunse la Conferenza delle Nazioni Unite sulle donne, tenutasi a Pechino nel 1995, il cui piano d’azione incoraggiava gli Stati membri a promuovere la partecipazione femminile in tutti gli ambiti, incluso quello politico. Per realizzare ciò, le quote minime per la rappresentanza delle donne nelle istituzioni furono la principale strategia adottata da molti Paesi africani: oggi il meccanismo è presente nel 73% degli Stati del continente. 

L’Africa e il resto del mondo 

È africano il primo Paese al mondo per numero di donne in Parlamento. Con oltre il 61% di deputate e più del 38% di senatrici, la rilevazione del 2021 dell’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International IDEA) posiziona il Ruanda in vetta alla classifica mondiale. Ma non è solo: il Sudafrica sfiora il 50% di donne all’Assemblea Nazionale e supera il 40% al Senato. In Namibia, Senegal, Etiopia e Mozambico più del 40% di parlamentari sono donne e meglio di Italia, Germania e Regno Unito, fermi tra il 34 e il 35%, fanno anche Capo Verde, Burundi e Tanzania.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata da eSwatini, Gambia, Benin e Burkina Faso che con meno del 10% di donne in Parlamento si posizionano in coda alla classifica. Ultimo Paese africano è la Nigeria, dove meno del 4% dei deputati e meno del 7% dei senatori sono donne.

Pur non dimenticando le evidenti differenze tra Paesi, l’Inter-Parliamentary Union descrive positivamente la situazione africana ed evidenzia come il trend sia in linea con quello mondiale: in venticinque anni la rappresentanza parlamentare femminile in Africa subsahariana è cresciuta dal 10% al 25%, come quella globale.

Partecipare alla vita politica, però, non vuol dire solo rappresentanza parlamentare. Sebbene negli esecutivi africani le donne ricoprano solo il 7% delle posizioni apicali (presidente, Primo ministro e i loro vice), sono il 22% dei ministri e non sono poche quelle alle quali vengono affidati ministeri considerati tradizionalmente maschili come Economia, Difesa ed Esteri.

Gli ostacoli alla partecipazione politica femminile

Nonostante le statistiche siano incoraggianti, il continente africano presenta un panorama variegato e in molti contesti persistono barriere culturali, socioeconomiche, educative, di accesso all’informazione e tecnologiche che limitano la partecipazione politica femminile. 

L’idea che la donna sia destinata a essere guidata, poiché incapace di guidare e rivestire ruoli di leadership, è frutto di una struttura sociale patriarcale che la relega esclusivamente al ruolo di moglie e madre. Una concezione sociale tanto radicata che le donne stesse scelgono di votare per candidati uomini invece che per candidate donne, mostrando una sfiducia nei confronti del loro stesso sesso. Secondo l’International IDEA, nel 2021, solo il 12% delle posizioni di vertice nei partiti politici africani era occupato da donne, dato che dimostra come anch’essi siano permeati da un’ideologia patriarcale e fatichino ad aprirsi alla partecipazione femminile.

La suddivisione tradizionale dei ruoli nella famiglia spesso impedisce alla donna di destinare il proprio tempo ad altre attività, poiché verrebbe meno ai propri doveri domestici. Far politica, infatti, vuol dire partecipare a incontri, manifestazioni e realizzare campagne elettorali che possono portare lontano da casa per tempi prolungati.

Se invece le donne impegnate in politica non sono sposate, la loro vita privata è frequentemente oggetto di valutazione pubblica con atteggiamenti sessisti e misogini. È quanto accaduto nel 2018 alle candidate indipendenti zimbabwiane, Fadzayi Mahere e Linda Masarica, mentre Thokozani Khupe, appartenente al Movimento per il cambiamento democratico, partito di opposizione, è stata definita hure, una donna che delude le aspettative tradizionali e non merita rispetto sociale.

Anche i media rappresentano un ostacolo per le donne: la voce femminile tende a essere trascurata o, se ascoltate, le donne sono intervistate riguardo a temi di interesse umano o opinioni popolari e raramente vengono chiamate a dare un contributo in qualità di esperte o candidate politiche.

Molti Paesi pongono l’avere un adeguato livello di istruzione come requisito minimo per potersi candidare, ma bambine e ragazze sono più in difficoltà rispetto ai loro coetanei maschi nell’accesso all’educazione e ciò si ripercuote sulle loro possibilità, una volta adulte, di partecipare alla vita politica.

Ultimo, ma non per questo meno importante, la disponibilità di adeguate risorse economiche. La prima fase di campagna elettorale, finalizzata a ottenere la nomina del partito, è spesso autofinanziata, ma le donne mancano il più delle volte dell’indipendenza economica necessaria. Ottenuta la nomina del partito, gli ostacoli si riducono e il supporto aumenta grazie ai fondi stanziati dal partito per i propri candidati e alla visibilità raggiunta, che permette di attrarre finanziatori. 

La tecnologia: un potenziale strumento, ma anche un rischio

Con lo scoppio della pandemia da Covid-19, lockdown e restrizioni alla libertà di movimento hanno limitato gli incontri fisici e inevitabilmente le piattaforme online sono diventate, in Africa come in tutto il mondo, il principale strumento di comunicazione e coinvolgimento pubblico, trovando un’estesa applicazione in campo politico.

La pandemia, però, ha evidenziato anche il divario digitale di genere, inteso come la diseguaglianza tra uomini e donne nell’accesso alle tecnologie digitali e nel loro proficuo uso. Secondo la World Wide Web Foundation, al giorno di oggi nel mondo gli uomini tendono a utilizzare Internet il 21% in più rispetto alle donne, divario che cresce al 52% nel caso dei Paesi in via di sviluppo.

In questi ultimi, anche le donne che hanno la possibilità di utilizzare strumenti digitali e accedere al web trovano ostacoli che possono limitarne il coinvolgimento nella vita politica. Oggi, alla violenza fisica, sessuale, verbale, emozionale e all’abuso psicologico nei confronti di candidate ed elette si aggiunge la violenza online. Un problema che mina l’idea di Internet come spazio sicuro per la libera espressione e l’accesso all’informazione critica. In rete, le donne sono vittime di trolling – intimidazioni generalizzate online che colpiscono maggiormente le donne rispetto agli uomini – e cyber misogyny – minacce a sfondo sessuale realizzate attraverso lo stalking e la minaccia di violenza fisica. Si tratta di un rischio psicologico e potenzialmente fisico per le donne coinvolte.

Tutto ciò spinge molte donne a rinunciare alla partecipazione agli spazi online, a non servirsene per la propria attività politica e a non utilizzare i social media che, spesso, costituiscono il principale veicolo di violenza psicologica contro le donne impegnate in politica.  

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Dendere Chipo, “Young Zimbabwean women lead the way with new methods of electioneering”, AfricaPortal, 19/07/2018. 

Hamandishe Antonietta, “Rethinking women’s political participation in Zimbabwe’s elections”, AfricaPortal, 27/07/2018.  

Inter-Parliamentary Union (IPU), 1995. “Women in Parliament 1945-1995: Worldwide Statistical Survey”, Ginevra. 

Inter-Parliamentary Union (IPU), 2022. Women in National Parliaments – Statistical Archive 1997-2019

Inter-Parliamentary Union (IPU), 2020. “Women in Politics: 2020” [infografica].

Inter-Parliamentary Union (IPU), 2021. “Monthly ranking of women in national parliaments. Ranking as of 1st November 2021”, Ginevra.

International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International IDEA), 2021. “Women’s Political Participation: Africa Barometer 2021”, Stoccolma. 

Musau Zipporah, “African Women in politics: Miles to go before parity is achieved”, Africa Renewal, 08/04/2019.

Ndoma Stephen, 2017. “Zimbabweans See Progress on Women’s Rights, Applaud Government Efforts to Promote Equality”, AfroBarometer, n. 181.   

Tripp Aili Marie, 2017. “Women and Politics in Africa”, Oxford Research Encyclopedia, African History.  

World Wide Web Foundation, 2020. “Women’s Rights Online: closing the digital gender gap for a more equal world”, Web Foundation.  

Zimbabwe Situation, “Role of female fighters in the liberation war”, 15/09/2016. 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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