Un anno di stato d’assedio nell’Est della RDC 

@MONUSCO Photos - WikiMedia Commons - License CC BY-SA 2.0

Il 6 maggio di un anno fa, in due province orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Ituri e Nord Kivu, iniziava lo stato d’assedio. Pochi giorni prima, il portavoce del presidente, Patrick Muyaya, aveva annunciato l’introduzione della misura, sostenendo che: «L’obiettivo è porre fine rapidamente all’insicurezza che, ogni giorno, sta causando la morte dei nostri cittadini in questa parte di Paese». Infatti, secondo l’articolo 85 della Costituzione congolese, è possibile proclamare uno stato d’emergenza o assedio di fronte a minacce all’indipendenza e all’integrità del territorio nazionale o al regolare funzionamento delle istituzioni. 

La misura, inizialmente introdotta per trenta giorni, è stata più volte prorogata e, un anno dopo, è ancora in vigore, mentre la violenza nelle province dell’Est non accenna a fermarsi

Il risultato di un’escalation di violenza 

Ex colonia belga, la RDC ha da sempre avuto una storia tormentata. I primi conflitti sono iniziati subito dopo l’indipendenza con la secessione del Katanga e del Kasai e l’assassinio di Patrice Lumumba. Le violenze sono poi proseguite durante la dittatura del generale Mobutu, fino alle due guerre del Congo nel corso degli anni Novanta e nei primi anni Duemila. 

Nonostante, nel 2002, gli accordi di pace, al termine della seconda guerra del Congo, avessero sancito la condivisione del potere tra il presidente, Joseph Kabila, e quattro vicepresidenti, rappresentanti dei diversi attori coinvolti nel conflitto, nell’Est del Paese la violenza non è mai cessata realmente e ciclicamente riprende vigore, in corrispondenza della nascita di nuovi o del riemergere di vecchi gruppi armati. Secondo il Kivu Security Tracker (KST), attualmente nelle province orientali sono attivi almeno 122 gruppi di diverse dimensioni e con differenti obiettivi. Per molti, il controllo delle risorse del sottosuolo (coltan, oro e diamanti, in particolare) riveste un ruolo essenziale per finanziare le proprie attività. 

Di fronte a questa conflittualità perenne, la crisi umanitaria è persistente e non costituisce solo un problema interno alla RDC, ma ne travalica i confini, toccando Paesi vicini, come Ruanda, Burundi, Uganda e Tanzania. A inizio 2021, un’escalation di violenza nell’Est, che secondo l’UNICEF aveva causato la morte di circa 300 persone e lo spostamento forzato di più di 1,5 milioni di congolesi, aveva spinto il presidente, Felix Tshisekedi, a introdurre lo stato d’assedio in Ituri e Nord Kivu. 

Dal 6 maggio 2021, quindi, i governatori civili delle due province sono stati sostituiti da militari e, venti giorni dopo, il medesimo provvedimento è stato applicato anche alle amministrazioni locali. I tribunali militari hanno preso il posto della giustizia civile e centinaia di soldati sono stati dispiegati in Ituri e Nord Kivu, incrementando le operazioni contro i gruppi armati. 

Dal 6 maggio 2021 al 6 maggio 2022 

Il voto del Parlamento congolese, che il 18 aprile ha sancito la ventiduesima estensione dello stato d’assedio, ha però anche mostrato il malcontento e le crescenti critiche, provenienti dalla politica e dalla società civile dell’Est, nei confronti di una misura considerata inefficace nella lotta ai gruppi armati e lesiva dei diritti umani. In segno di dissenso, i parlamentari delle due province non hanno preso parte alla votazione e hanno annunciato che non approveranno nessun’altra proroga dello stato d’assedio. 

Infatti, se l’obiettivo dichiarato della misura era porre fine al conflitto nella parte orientale del Paese, i successi sono stati ben pochi e si è anzi assistito a un inasprirsi della violenza. In risposta alla militarizzazione delle due province, molti gruppi, a partire dal più attivo e letale, le Forze democratiche alleate (ADF), sono diventati sempre più violenti, intensificando attacchi e rapimenti ed estendendosi ad aree, come Irumu e Mambasa nell’Ituri, fino a quel momento non toccate dal conflitto. 

Se tra ottobre 2019 e giugno 2020 i gruppi armati avevano causato la morte di circa 1.300 civili, nei nove mesi successivi allo stato d’assedio avevano perso la vita quasi 1.900 congolesi. Ugualmente, i flussi di rifugiati non hanno accennato a diminuire. Una combinazione di conflitto armato e catastrofi naturali, come l’eruzione del vulcano Nyiragongo, ha determinato da maggio 2021 il permanere di consistenti spostamenti sia interni alla RDC che verso i Paesi vicini. Secondo l’UNHCR, a fine 2020 si contavano 5,2 milioni di rifugiati interni, che oggi sono 5,6 milioni, di cui 4 milioni nelle sole province orientali. Allo stesso modo, è aumentato anche il numero di congolesi che si è spostato nei Paesi vicini, passando dai poco più di 900mila a dicembre 2020, a più di un milione nei primi mesi del 2022. 

Con l’obiettivo di ridurre uccisioni e abusi nei confronti dei civili, lo stato d’assedio ha introdotto alcune disposizioni che hanno ristretto diritti e libertà della popolazione. Limitazioni che Human Rights Watch considera eccessive rispetto a quanto permesso dalla Carta africana sui diritti umani e dei popoli e dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, di cui la RDC è firmataria. Sono vietate le pubblicazioni che criticano la misura, così come altre manifestazioni di dissenso, sempre più frequenti, ma represse da polizia ed esercito. Alcuni manifestanti sono stati uccisi, molti altri sono stati feriti o incarcerati con l’accusa di mettere a repentaglio l’ordine pubblico e portati a giudizio davanti a tribunali militari, in processi che non soddisfano gli standard regionali e internazionali. Infatti, secondo gli analisti del KST, il senso di impunità, derivante dagli ampi poteri concessi dallo stato d’assedio a polizia ed esercito, sta facendo sì che uccisioni, abusi e stupri da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei civili siano sempre più diffusi. 

Il coinvolgimento di Ruanda e Uganda 

Se le ADF sono senza dubbio il gruppo più ampio e letale, dallo scorso novembre sono però sempre più numerose le azioni del Movimento del 23 marzo (M23). Un gruppo ritenuto vicino ai governi di Ruanda e Uganda e sconfitto nel 2013 dalle Forze armate della RDC (FARDC) e dai caschi blu della MONUSCO, dopo accesi combattimenti nell’area di Goma. Dal 2017, alcuni guerriglieri, che avevano trovato rifugio in Ruanda e Uganda, hanno ripreso posizione in territorio congolese. La loro riorganizzazione è passata sotto traccia fino allo scorso novembre, quando l’M23 ha attaccato tre posizioni delle FARDC e, da allora, il KST ha registrato altri nove scontri tra il gruppo e l’esercito congolese. 

Il ritorno sulla scena dell’M23 coincide con il riacutizzarsi delle tensioni tra RDC e Ruanda. Solo nel 2009 i due vicini avevano ristabilito i rapporti diplomatici, rotti a seguito dell’entrata delle truppe ruandesi in territorio congolese, durante la seconda guerra del Congo. Ma l’equilibrio tra Joseph Kabila e Paul Kagame è sempre stato fragile. L’elezione di Tshisekedi, nel 2018, invece, sembrava aver avviato una fase di distensione, caratterizzata da accordi commerciali e dialoghi sulla sicurezza regionale. 

Ma, a fine 2021, da un lato, si è assistito a un riavvicinamento tra RDC e Uganda, dopo anni di tensioni e accuse reciproche di sostegno ai movimenti armati nell’Est, e, dall’altro, è iniziato il deterioramento delle relazioni con il Ruanda. Da decenni, infatti, la RDC è oggetto di competizione tra i Paesi vicini, Ruanda e Uganda su tutti, interessati a sfruttarne le risorse naturali e a influenzarla politicamente. Per questo, alcuni analisti sostengono che il riemergere dell’M23 e la contestuale cattura in territorio congolese di alcuni militari ruandesi non siano stati casuali, ma rappresentino un nuovo tentativo di Kigali di destabilizzare la RDC ed estendere la propria influenza nel Paese, contrastando il crescente attivismo ugandese

Infatti, dopo tre attentati suicidi nella capitale ugandese, Kampala, lo scorso novembre, RDC e Uganda hanno avviato un’operazione militare congiunta, denominata «Shujaa» («coraggio»), con l’obiettivo di colpire le basi congolesi delle ADF, considerate responsabili degli attacchi. Entrambi i leader hanno un obiettivo: Yoweri Museveni, in questo modo, vuole sconfiggere definitivamente le ADF, nate negli anni Novanta per rovesciare il suo governo e tornate, dopo anni, ad agire nel Paese, oltre a garantire la sicurezza del confine congo-ugandese, ricco di giacimenti petroliferi; Tshisekedi, invece, aspira a riscuotere successi militari nella lotta ai gruppi armati per silenziare le critiche sull’inefficacia dello stato d’assedio. 

Da parte sua, l’8 febbraio, Kagame ha annunciato che alcuni gruppi ostili al Ruanda si stavano riorganizzando nella RDC e che ciò minava la sicurezza nazionale. Se quindi si fosse rivelato necessario intervenire militarmente nel Paese, lo avrebbe fatto, anche senza consultare Kinshasa. La risposta, seppur velata, di Tshisekedi non si è fatta attendere e, pochi giorni dopo, il presidente congolese ha criticato i Paesi che tentano di trarre vantaggio dal mantenimento di tensioni o conflitti negli Stati vicini. 

Nonostante le crescenti tensioni tra Tshisekedi, Kagame e Museveni, la cooperazione militare congo-ugandese continua. Annunciando la ventiduesima proroga dello stato d’assedio, la ministra della Giustizia, Rose Matombo, ha affermato che la misura è essenziale per assicurare la prosecuzione delle operazioni militari congiunte e garantire il ritorno della pace nelle province orientali. L’efficacia dell’intervento, però, è stata messa in discussione da alcuni osservatori che evidenziano come gli unici successi siano stati riscossi in aree dove i movimenti armati erano poco presenti e avanzano accuse di violazioni dei diritti umani da parte dei militari di entrambi i Paesi. 

Cercando di sbrogliare la matassa della RDC  

Per comprendere la complessità del conflitto nell’Est della RDC è necessario considerare la pluralità di attori coinvolti e i loro interessi. La ricchezza del sottosuolo congolese è oggetto del desiderio dei guerriglieri per alimentare le proprie attività. Ma ritornano anche gli interessi, mai sopiti, dei Paesi vicini che, oltre a sfruttare le risorse minerarie, aspirano a estendere la propria influenza nella RDC. In questo panorama di interessi di parte, i diritti umani e le libertà civili sono calpestati e costantemente messi a repentaglio sia dai gruppi armati che dagli eserciti regolari. 

Affrontare il conflitto nel Paese è una sfida complessa, che richiede impegno e volontà da parte di tutti gli attori in gioco. Lo Stato congolese è chiamato a rafforzare la governance, affrontare la corruzione e porre fine allo stato d’assedio. Tutelare i diritti umani e le libertà della popolazione è invece la richiesta principale rivolta dalla società civile e dalle ONG alle forze armate della RDC e dei Paesi vicini. Infine, lo sviluppo di adeguati programmi di smobilitazione e reintegrazione dei combattenti implica sia un impegno dello Stato congolese nel seguire una strada alternativa all’approccio militare, sia la volontà dei gruppi armati di deporre le armi. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Africanews. 2022. Rwanda denies supporting M23 rebel group in Eastern DRC.

Aljazeera. 2021. DRC declares ‘state of siege’ in violence-hit eastern provinces

Aljazeera. 2021. DR Congo extends ‘state of siege’ in violence-hit eastern region.

Aljazeera. 2021. Uganda’s capital Kampala hit by deadly suicide bombings.  

Boisselet Pierre, “Is the ‘State of Siege’ a Step in the Right Direction?”, Kivu Security Tracker, 11/05/2021. 

Boisselet Pierre, “Has the State of Siege Improved Security in the Eastern DRC?”, Kivu Security Tracker, 15/06/2021. 

Dahir Abdi Latif, “Why Did Uganda Send Troops Into Congo?”, The New York Times, 31/12/2021. 

El Miviri Reagan, Boisselet Pierre, “Does the New Disarmament and Demobilization Program Stand a Chance of Success?”, Kivu Security Tracker, 16/09/2021. 

Human Rights Watch. 2022. World Report 2022: Democratic Republic of Congo.

Human Rights Watch. 2022. DR Congo: Martial Law Brings Crackdown in East.

Mediacongo. 2022. Nord-Kivu: pourquoi le M23 réapparait?.

Mpoko Guillame, “DRC: Deep Concerns About The State Of Siege”, The Organization for World Peace, 20/10/2021. 

Norbrook Nicholas, Kantai Parselelo, Smith Patrick, “How Kagame and Museveni became the best of frenemies”, The Africa Report, 04/10/2019. 

Pauvarel Camille, “Congolese refugees in Uganda afraid to move back to their villages”, Africanews, 04/04/2022. 

TV5Monde. 2021. RDC: pourquoi Tshisekedi décrète ‘l’état de siége’ au Nord-Kivu et en Ituri.

7SUR7.CD. 2022. RDC: l’état de siège prolongé pur la 22ème fois.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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