Mercato delle armi, Italia e UE – intervista a Futura D’Aprile

Interviste
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Futura D’Aprile è giornalista freelance ed esperta di Medio Oriente e mercato delle armi. Collabora con diverse testate e riviste nazionali e internazionali tra cui Domani e Il Fatto Quotidiano. Sul tema del mercato delle armi ha pubblicato nel 2022 un libro con Edizioni SEB27 intitolato “Affari di Piombo. Politica e industrie italiane nel mercato internazionale delle armi da guerra”.

Nel tuo lavoro ti sei occupata spesso del mercato delle armi, soprattutto a livello nazionale ed europeo. Quando si pensa all’industria della difesa e alla produzione di armi viene in mente un termine ben specifico, ovvero “complesso militare-industriale”.

Sì, è un termine un po’ particolare che sembra dire un po’ tutto e niente. Viene utilizzato più in relazione agli Stati Uniti, ma possiamo trovare comunque dei tratti simili anche in Italia e in Europa. Si usa per indicare quei rapporti che uniscono il complesso industriale (della difesa) e quello politico, che legano quindi gli industriali e i politici che prendono decisioni anche nell’ambito della difesa. 

In generale, non è semplice identificare queste relazioni e capire se ad avere più influenza sono i politici che fanno pressione sulle industrie per avere quello che serve allo Stato e alla difesa dello Stato, o viceversa, le industrie che fanno pressione sui politici affinché i programmi di difesa coincidano con i “prodotti”. 

Un altro aspetto importante quando parliamo di queste relazioni sono le cosiddette porte girevoli e noi, in Italia, abbiamo dei casi emblematici, a partire dall’attuale ministro della Difesa, Guido Crosetto, che è stato presidente dell’AIAD (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). 

Parliamo quindi di un uomo che era pienamente inserito nel complesso industriale militare ma con forti relazioni con il mondo politico, dal momento che l’AIAD è paragonabile a una Confindustria delle armi, e capace di promuovere gli interessi del mondo industriale della difesa, un caso di lobby che è regolato dallo Stato. Crosetto però poi è diventato il nostro ministro della Difesa. 

Un altro esempio è quello di Minniti, a capo da qualche anno di Med-Or, un think tank di Leonardo. Guardando all’Europa e all’UE, invece, mi viene da pensare a Thierry Breton, Commissario per il Commercio, che proviene dal mondo industriale militare, ed è quello che ha parlato, a livello comunitario, di incrementare la produzione di armi e di munizioni pesanti per soddisfare la domanda degli ucraini.

Un’altra questione importante da tenere a mente quando parliamo di complessi militari-industriali sono i casi sul modello delle italiane Leonardo e Fincantieri – secondo il Sipri tra le prime cento a livello mondiale nel settore della difesa (Leonardo addirittura 11esima) -, entrambe detenute in parte dallo Stato. È evidente che un successo a livello economico di Leonardo e Fincantieri corrisponde anche a un successo per lo Stato italiano. Ci sono comunque dei documenti del ministero della Difesa in cui si legge chiaramente che questo non si ha soltanto a livello economico, ma anche nelle relazioni internazionali, perché produrre armi e venderle all’estero vuol dire anche tessere delle relazioni con gli Stati a livello europeo, ma soprattutto a livello non europeo.

Nell’Unione europea ci sono tra i principali produttori ed esportatori di armamenti a livello globale. Com’è gestito il settore a livello comunitario, ci sono sovvenzioni e norme che regolano la competizione tra aziende? Spesso si parla di progetti di difesa congiunta, coincidono in qualche modo con forme di integrazione del settore?

Per la competizione vale come sempre il principio del libero mercato, quindi non c’è una particolare regolamentazione del settore, un tema di cui si è molto in relazione alla guerra in Ucraina. Così come quando si parla di esercito europeo o difesa comune c’è un’attenzione a livello comunitario anche in ottica di competizione extra europea, perché fino a quando le aziende europee competono tra di loro non saranno mai abbastanza grandi e forti da poter essere un competitor rispetto, per esempio, a quelle statunitensi. 

Lo si vede anche a livello interno, per cui gli Stati europei tendono a comprare più dagli Stati Uniti che non dagli altri Stati europei per una questione di avanzamento tecnologico ma anche di prontezza ad avere il materiale e gli armamenti che servono. Ora che molti Paesi europei vogliono riarmarsi dopo aver ceduto armamenti all’Ucraina si rivolgono agli Stati Uniti o a Paesi extra europei, perché i Paesi dell’Unione faticano a raggiungere lo stesso livello di produzione.

Bisogna però aggiungere che ci sono dei fondi comuni europei per le industrie della difesa, come quelli destinati alla ricerca nell’ambito, come Horizon 2020 o la sua versione più recente, Horizon Europe, a cui in realtà possono accedere anche Stati non europei tra cui Israele. Oppure ci sono fondi come l’ASAP (Act in Support of Ammunition Production) che sono stati creati di recente proprio per fornire più munizioni all’Ucraina, ma in generale proprio per produrne di più in Europa. 

Neppure in questi casi si è toccato finora il tema della competizione, su cui dovrebbe proporre qualcosa prossimamente la Commissione. L’idea dovrebbe essere creare un corrispettivo europeo del Foreign Military Sales, programma di Washington per vendere materiali bellici, armamenti o servizi ad altri Paesi, facendo leva sul suo peso geopolitico. In Europa però sono i governi a porsi come venditori piuttosto che le singole aziende e ciò di conseguenza rafforza la capacità di vendere e di sostenere l’export ma anche di produrre in maniera programmata e omogenea. 

Il problema nell’UE è che molti membri, tra cui l’Italia, si sono già espressi contro il progetto perché andrebbe a intaccare le libertà di impresa, a livello comunitario, e forse ne limiterebbe la produzione. Non penso sia logico che in Europa ci siano più aziende che producono gli stessi armamenti, come nel caso dei caccia di nuova generazione in cui una parte, ovvero l’Italia, stringe degli accordi con il Giappone mentre dall’altra parte Francia e Germania fanno la stessa identica cosa con altri Paesi.

Dovessimo arrivare per esempio al 2030 con due prototipi di nuovi jet europei è ovvio che ci troveremmo con due sistemi duplicati non armonizzati nell’UE creando, tra l’altro, una competizione e un grande spreco di soldi pubblici. Inoltre, un settore della difesa più integrato potrebbe forse essere funzionale anche all’armonizzazione dell’export e di conseguenza ad avere anche leggi precise per regolarlo. Una cosa al momento impossibile, visto che ad esempio la Francia esporta verso qualunque Paese mentre la Germania si fa qualche scrupolo in più. Ma questa probabilmente è un’utopia.

Parliamo di lobby delle armi. Come funzionano a livello europeo e quanto sono influenti?

Abbiamo visto quanto siano potenti con la direttiva sui criteri ESG che valutano la finanza green o con l’European Raw Material Act, che definisce le materie più critiche in Europa. L’alluminio è un caso. Materiale utile ma non strategico, a meno che non si guardi al settore della difesa in cui invece è fondamentale. Si capisce come sia stata creata una tipologia di criticità delle materie che ha come obiettivo quello di accontentare le richieste dell’industria. 

Un report uscito qualche mese fa evidenziava che le aziende più attive al livello europeo nelle attività di lobbismo in Parlamento e in commissione sono Leonardo, Safran e Airbus (queste ultime francesi). Dal 2019 al 2023, ci sono stati 175 incontri fatti dai lobbisti con gli europarlamentari, 536 invece con i membri della commissione. Anche le cifre di denaro che vengono citate sono enormi, ad esempio Airbus avrebbe speso un milione e mezzo di euro in lobbying per influenzare le decisioni a livello comunitario. Leonardo è terza con il numero di incontri, con decine di migliaia di euro spese per fare lobbismo che, nei casi che menzionavo prima, hanno funzionato.

Ci troviamo in un periodo molto favorevole per queste attività, per cui questo investimento potrebbe anche non essere così necessario. Basti pensare che von der Leyen sta facendo la campagna per la sua rielezione proprio sul rafforzare la difesa in Europa quindi confermare e potenziare l’ASAP, l’European Defense Fund, l’European Facility Fund. Ci sono tanti di quei fondi dedicati alla difesa che è persino difficile tenerne traccia.

Le industrie militari oltre ad armare gli Stati in cui risiedono sono un importante strumento “diplomatico”. Quali sono i Paesi a cui le industrie italiane del settore forniscono più armamenti e come è cambiata la situazione nel tempo? Soprattutto in seguito al conflitto in Ucraina.

In Italia il 70% degli armamenti che produciamo è destinato al mercato estero e guardando i dati dal 2015 a oggi vediamo che l’export è diretto verso Medio Oriente, Golfo e Asia centrale, quindi c’è un problema di fondo con i diritti umani, e non poco, e di rispetto delle norme internazionali che regolano l’export. 

Si tratta di dati poi – fino al 2022, ma il trend immagino sarà lo stesso nel 2023 – che sono incompleti perché l’Ucraina non figura nell’export italiano in quanto gli armamenti inviati sono secretati e non rientrano nella relazione su import/export di armamenti che una volta l’anno il governo è tenuto a presentare alle Camere, di solito a metà marzo. La relazione è il documento principale per analizzare la questione, ma è di fatto incompleta. 

Per capire la nostra strategia, e come andremo a “coprire” sul mercato della difesa internazionale le armi che abbiamo ceduto, potremmo studiare i documenti programmatici del ministero della Difesa. Ma nemmeno questi hanno mai, per ovvie ragioni, una chiarezza soddisfacente.

Molti degli Stati menzionati però non godono della fama di democrazie rispettose dei diritti umani. Com’è possibile che le industrie italiane siano autorizzate a esportare verso questi Paesi armamenti spesso impiegati contro i civili? Quali sono le regole, a livello nazionale e internazionale, che regolano l’export di armi verso Paesi terzi o Paesi extracomunitari?

Di base ci sono tre livelli di regolamentazione, internazionale, europeo e nazionale. L’Italia ha firmato e ratificato il Trattato sul traffico di armi dell’ONU, il cui obiettivo è la regolamentazione del traffico di armi e far sì che i Paesi abbiano regole omogenee, anche se non ha avuto grande successo. A livello internazionale ci sono difficoltà anche nella definizione di cosa sia un’arma. Si tratta comunque di un trattato importante, che permette di vedere incongruenze nei governi firmatari e chiederne conto, migliorando la comunicazione tra Stati ma dando la possibilità anche ai cittadini di domandare trasparenza. 

A livello europeo c’è poi la cosiddetta “posizione comune del 2008”, vincolante, che limita i casi in cui è possibile accordarsi per la vendita di armamenti a Paesi extra UE. Ci sono problemi anche qui però perché in UE non abbiamo una difesa né una politica estera comune e quindi i Paesi mantengono una certa autonomia e competenza esclusiva nel decidere su vendita e trasferimenti di armi. Inoltre, manca un vero e proprio organo o meccanismo di controllo che tiene d’occhio i trasferimenti extra UE. Altro problema è quello dell’interpretazione, che può variare da Paese a Paese. 

Per quanto riguarda la regolamentazione delle esportazioni di armi italiane vige la legge 185/90 approvata grazie a una forte pressione della società civile sia laica che cattolica. Prima il governo poteva fare quello che voleva, dato che era tutto secretato per ragioni di sicurezza militare. Negli anni 90 poi ci sono stati diversi scandali: si è scoperto che l’Italia vendeva a chiunque, anche Stati come il Sudafrica. 

La legge indica le condizioni che escludono la vendita di armi a un determinato Paese, come la violazione di diritti umani, o che è in zona di conflitto o che partecipa a un conflitto o che già spende eccessivamente in armamenti. Esistono dei paletti, ma anche qui ci sono dei punti che possono essere aggirati o interpretati. Punti deboli anche perché non ci sono organi internazionali dell’ONU o dell’UE che facciano da arbitri nello stabilire e verificare le condizioni per imporre un embargo o altre sanzioni. 

Ci potresti fare qualche esempio concreto? 

C’è stato solo un caso in cui l’Italia ha bloccato l’export di armi ed era legato allo Yemen, quando un’inchiesta nel 2019 provò che delle bombe prodotte in Sardegna dalla RWM erano state vendute all’Arabia Saudita, che le aveva poi utilizzate in Yemen andando a colpire la casa di una famiglia di 7 persone causando una strage. In questo caso l’Italia bloccò la vendita di armi a Riad con momenti di crisi e tensione, con l’azienda produttrice e con il Regno saudita stesso. 

Per questo non succede spesso che l’Italia fermi del tutto l’esportazione di armi verso un Paese terzo anche in seguito a gravi violazioni dei diritti umani. Tant’è che la legge stessa è al momento in pericolo. Di recente è stata presentata e approvata (in Senato) una modifica che permetterà di esportare con più facilità. L’organismo che analizza le richieste di esportazioni verrà rimpiazzato da un altro organismo meno tecnico e più politico che farà appunto considerazioni politiche e non tecnico-legali per decidere se approvare un’esportazione.

Infine, ci sono casi come quello dell’Ucraina. Visto che è in guerra, in teoria non potremmo inviare armi a Kyiv, ma lo facciamo perché appunto nella legge 185/90 c’è una clausola che prevede che se le camere sono d’accordo si può procedere comunque. Ma è il caso ad esempio anche della Turchia di Erdogan e della violazione dei diritti umani della minoranza curda, o di Israele o il caso dell’Egitto a cui continuiamo a vendere armi, nonostante la repressione interna e il caso Regeni.

 

Comments are closed.

Scopri di più da Lo Spiegone

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere