Filippine: un arcipelago di contraddizioni

A Rodrigo Duterte deve essere riconosciuto sicuramente un merito: quello di aver riportato le Filippine al centro dello scenario asiatico, soprattutto in politica estera. Ma che tipo di Stato governa davvero Duterte? Quali sono i problemi interni?

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La capitale delle Filippine, Manila

La Repubblica delle Filippine è uno Stato unitario presidenziale, dove il Presidente della Repubblica è sia il capo dello Stato sia il capo del governo. Il governo ha tre rami interdipendenti: il ramo legislativo, il potere giudiziario e l’esecutivo.

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Grafico illustrativo della divisione del potere nelle Filippine

POTERE LEGISLATIVO

Il potere legislativo è esercitato dal Congresso delle Filippine, che consiste del Senato e della Camera dei Rappresentanti. La Camera alta, il Senato, è composta da 24 senatori eletti attraverso il voto di pluralità “at-large” (voto multiplo non trasferibile) per ogni “distretto”. I senatori eleggono tra di loro un Presidente del Senato. I senatori sono eletti per un periodo di sei anni. Essi possono essere rieletti, ma non si può correre per un terzo mandato consecutivo. La camera bassa è la Camera dei Rappresentanti, attualmente composta da 292 rappresentanti, con non più del 20% eletti attraverso il sistema di partito-lista, mentre il resto è eletto dai distretti legislativi. La Camera dei Rappresentanti è guidata dal Presidente. Ogni disegno di legge ha bisogno del consenso di entrambe le Camere, quindi si tratta di un bicameralismo perfetto. Le decisioni del Congresso sono per lo più tramite voto di maggioranza, ad eccezione di votazione sugli emendamenti costituzionali e altre questioni. Ogni Camera ha il suo potere intrinseco, con il Senato che detiene il potere di votare sui trattati, mentre la Camera dei Rappresentanti può introdurre  da solo le leggi di bilancio .

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La Camera dei Rappresentanti

POTERE GIUDIZIARIO

Il potere giudiziario è esercitato dalla Corte Suprema delle Filippine e da Corti più basse, come stabilito dalla legge. La Corte Suprema, che è l’organo giuridico principale, occupa il più alto livello del potere giudiziario. I 15 giudici servono fino all’età di 70 e sono nominati dal Presidente su raccomandazione del Consiglio giudiziario.

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I 15 giudici della Corte Suprema

POTERE ESECUTIVO

Il potere esecutivo è esercitato dal Presidente delle Filippine che viene eletto con voto popolare. Il ramo esecutivo è attualmente guidato dal Presidente Rodrigo Duterte. Il Presidente è anche il Comandante in Capo delle Forze Armate delle Filippine. Il vicepresidente viene eletto separatamente dal Presidente sempre con voto popolare.  I dipartimenti esecutivi delle Filippine sono i principali componenti del ramo esecutivo nazionale del governo delle Filippine. Ci sono un totale di 19 dipartimenti esecutivi. I servizi comprendono la maggior parte della burocrazia del paese. I capi di questi reparti sono indicati come il Gabinetto delle Filippine (il nostro Consiglio dei Ministri). Il Presidente esercita un notevole potere politico e può essere in grado di influenzare altri rami tramite il cosiddetto “godfather system”.

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Il Presidente Rodrigo Duterte

Il “sistema Padrino” è proprio quello che Duterte vuole inserire nella società filippina. Se sarò eletto presidente, farò esattamente quello che ho fatto quando sono stato sindaco (fu sindaco di Davao per 20 anni). Voi, trafficanti, ladri e corrotti, sarà meglio che scappiate, perché vi ucciderò. Queste furono le sue promesse durante la campagna presidenziale. Secondo Duterte, per debellare la povertà, è necessario prima combattere la criminalità. Ma per fare questo bisogna aggirare la “giustizia inefficace e corrotta” e permettere alle forze dell’ordine di eliminare i criminali. Dimenticate le leggi sui diritti umani, ha aggiunto. Le parole di Duterte sono quelle di un leader dal pugno di ferro, che preferisce sacrificare lo Stato di diritto per sconfiggere la criminalità organizzata e la corruzione. Questo tipo di scelta però coinvolge anche altri tipi di organizzazione, come la stampa.

Lo Stato di diritto nelle Filippine è generalmente debole a causa dalla poca flessibilità delle istituzioni nei confronti della stampa. Il numero di uccisioni di giornalisti nel 2016 è diminuito, anche se attacchi violenti, molestie, minacce e azioni legali contro i membri della stampa sono rimasti gravi problemi irrisolti. L’impunità per tali abusi è stata aggravata  da battute d’arresto significative nei processi legati alla strage di Ampatuan, avvenuta durante le elezioni del 2009 in cui 32 giornalisti e personale dei media sono stati uccisi. Le prove del massacro di Ampatuan sono rimaste a prendere polvere sulle scrivanie dei magistrati, a causa di tecnicismi legali e ritardi procedurali, e potenziali testimoni hanno continuato ad essere minacciati o uccisi. Nel mese di febbraio del 2014, i procuratori di Stato hanno dichiarato alla Corte di essere pronti ad appoggiare la loro causa contro 28 degli imputati, tra cui i sospetti principali, e il Dipartimento di Giustizia  sta attualmente indagando sulle accuse che alcuni pubblici ministeri possano aver ricevuto tangenti per sovvertire il processo legale.

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Il contesto giuridico e normativo per i media nelle Filippine è stato offuscato dalla decisione della Corte Suprema di sostenere la costituzionalità delle sezioni chiave del controverso Cybercrime Prevention Act (CPA), che criminalizza la diffamazione on-line solo per gli autori  di contenuti originali. Inoltre la Corte continua a ritardare la procedura legislativa sul disegno di legge per la libertà di informazione e la depenalizzazione della diffamazione. La Costituzione garantisce la libertà di parola e di espressione, e le limitazioni di legge, come le leggi sulla privacy o oscenità, sono poche. Tuttavia, la Legislazione Nazionale di Sicurezza introdotta nel 2007 può essere utilizzata per frenare diritti tradizionali dei giornalisti e l’accesso alle fonti, così come il Sistema di compensazione per la Sicurezza Nazionale, che è stato progettato per “proteggere e garantire l’integrità e la santità” di informazioni classificate come “nemiche dello Stato.”

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Murales fotografico dei giornalisti uccisi nelle Filippine

Lo Stato delle Filippine rimane tuttora uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti, con più omicidi legati al lavoro rispetto a qualsiasi altro paese. Coloro che vogliono la fine dell’impunità hanno chiesto un rafforzamento del programma della campagna di protezione dei testimoni e un miglioramento della capacità della polizia di indagare sui casi. Una nuova legge consente ai giornalisti di possedere un porto d’armi con licenza a causa dei rischi connessi alla loro professione. In precedenza, come altri cittadini, singoli giornalisti hanno dovuto dimostrare che erano “sotto minaccia reale” per portare effetivamente un’arma.

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Il grafico sottostante descrive le tendenze autoritarie delle Filippine. Abbiamo già incontrato questo tipo di grafico in altri articoli, per avere chiarimenti sullo sviluppo democratico (mancato) di determinati Paesi. Le Filippine, dopo l’indipendenza dagli Stati Uniti ottenuta nel 1946, hanno attraversato periodi di transizione autoritaria che ebbero il proprio culmine nel 1972. In quell’anno il Presidente Ferdinand Marcos dichiarò la legge marziale, edulcorando i diritti dei cittadini, come la libertà di stampa e di opinione. Molti oppositori politici furono costretti all’esilio.

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Authority Trend (fonte Policy IV)

Marcos revocò ufficialmente la legge marziale il 17 gennaio 1981. Tuttavia egli mantenne gran parte del potere governativo di arresto e detenzione. L’opposizione politica boicottò le elezioni presidenziali del 1981. Marcos vinse con un margine di oltre 16 milioni di voti che gli consentì d’ottenere un altro mandato di sei anni. Nel 1983 il leader dell’opposizione Benigno Aquino Jr. venne assassinato presso l’aeroporto internazionale di Manila al suo ritorno nelle Filippine dopo un lungo periodo di esilio. Questo contribuì all’insoddisfazione popolare verso Marcos e diede inizio a una serie di eventi, tra cui la pressione da parte degli Stati Uniti, che culminarono con elezioni anticipate nel febbraio 1986. L’opposizione si unì sotto la guida della vedova di Aquino, Corazón Aquino.  Marcos venne dichiarato il vincitore delle elezioni. Il risultato giudicato fraudolento venne però respinto da Corazon Aquino e dai suoi sostenitori. Una pacifica sollevazione civile e militare (oggi chiamata People Power Revolution) costrinse Marcos all’esilio forzato, decretando come presidente Corazón Aquino il 25 febbraio 1986.

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Corazon Aquino, appena eletta nel 1986

Dal 1986 Le Filippine sono gradualmente entrate nella “macchina democratica”. Le elezioni del 2016 hanno visto il trionfo del Partito “populista” di Rodrigo Duterte, un uomo forte al comando, per riportare l’ordine in un Paese lacerato da corruzione dilagante e criminalità organizzata. Il volto nuovo della politica filippina, però, sta assumendo comportamenti assai ambigui. La politica di Duterte, per essere considerata convincente, deve sicuramente superare questa mancanza di Stato di diritto del Paese, attuando leggi meno restrittive nei confronti della libertà di stampa e di opinione. Il ritrovato ruolo geopolitico delle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, l’apertura alla Cina e il grauduale allontanamento dall’orbita statunitense, non possono e non devono mettere in secondo piano la risoluzione dei problemi interni. Il palazzo di Duterte crollerà senza buone fondamenta.

FONTI:

https://freedomhouse.org/report/freedom-press/2015/philippines

http://www.systemicpeace.org/polity/phi2.htm

http://www.heritage.org/index/country/philippines

http://www.ombudsman.gov.ph/UNDP4/wp-content/uploads/2013/03/KP4.-Primer-1-Building-the-Philippine-Political-Party-System.pdf

https://www.hrw.org/report/2009/04/06/you-can-die-any-time/death-squad-killings-mindanao

 

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