Ricorda 1979 – 1989: la guerra sovietica in Afghanistan

Kabul non è sempre stata la città delle autobombe dei talebani, dell’insicurezza e della costante presenza di militari stranieri. Nel 1969, la capitale afghana era molto simile a una città occidentale, le donne non indossavano il burqa, il governo era neutrale e ben disposto verso ambedue le superpotenze, e l’economia era in crescita. Nessuno pensava che nel 1979, dopo l’invasione sovietica, il Paese sarebbe entrato in una spirale di distruzione simile per intensità solo a quella della Somalia.

Durante quegli anni, l’Afghanistan ha attraversato quattro differenti forme di governo – monarchia, repubblica socialista, repubblica islamica e repubblica democratica -, ha assistito a due invasioni ed è diventato l’emblema dei limiti delle super potenze. Cerchiamo di capire dunque come tutto è iniziato, e come l’intervento sovietico e le scelte prese per contrastarlo ancora oggi influenzino le vicende afgane.

Il caos afgano prima dell’invasione

All’inizio degli anni ’70 un’invasione dell’Afghanistan da parte dei Sovietici sembrava quanto meno improbabile. Il Paese era infatti sotto l’influenza sovietica ormai dal 1973, quando colpo di stato guidato da Mohammed Daud Khan aveva messo fine alla monarchia del re Mohammed Zahir Shah. Il dominio sovietico era poi stato rafforzato da un secondo colpo di stato nell’aprile del 1978, guidato da Babrak Karmal e altri membri del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan di ispirazione comunista. La caduta di Daud portò alla formazione della Repubblica Democratica dell’Afghanistan: una repubblica socialista, pensata sul modello europeo ma con le caratteristiche di un Paese mediorientale e, per di più, posizionata sulla linea di confine della Guerra Fredda.

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Kabul, 1969  (Fonte: Pinterest)

Se gli Stati Uniti non riuscirono mai a trovare ampie fasce della popolazione disposte a ribellarsi al dominio sovietico nell’Europa della Cortina di ferro, l’Afghanistan presentava uno scenario ben diverso. Da un lato, infatti, la Repubblica socialista afgana lanciava i propri piani quinquennali, distruggeva l’opposizione democratica e si garantiva il supporto delle differenti tribù che nel Paese hanno sempre avuto un peso considerevole; dall’altro, gli Stati Uniti, il Pakistan e l’Iran iniziarono a creare l’opposizione islamista e il gruppo dei cosiddetti mujaheddin.

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Il giorno dopo il colpo di stato (Fonte: Wikimedia Commons)

Nel corso del tempo il caos aumentò, diventando la nuova normalità, e le violente lotte interne al Partito comunista crearono in fretta una guerra civile dentro l’altra. Gli ammutinamenti si fecero continui e violenti, rendendo sempre più necessario un intervento diretto dei sovietici. È famoso il caso di Herat, dove un generale afgano, Ismail Khan, prese il controllo della città con la sua divisione. Ci volle una battaglia di 10 ore tra i soldati afgani – fedeli alla Repubblica e supportati dalle forze speciali sovietiche – e i soldati ribelli per riprendere la città.

Si crearono dunque due grandi fazioni in seno alle forze comuniste e all’esercito: i Kalq e i Parcham. Questi ultimi erano legati all’allora leader della repubblica, Nur Muhammad Taraki, ed erano favorevoli alle posizioni di Mosca, la quale voleva che il regime cessasse le violenze contro la popolazione islamica e la repressione contro gli oppositori politici moderati. I Kalq, invece, avevano posizioni più intransigenti e volevano continuare con la repressione per impossessarsi del potere. Davanti alla volontà di Taraki di accodarsi all’URSS, concedendo nuove libertà personali, la situazione scoppiò. Il 14 settembre 1979, il presidente venne ucciso durante un colpo di stato insieme ai suoi sostenitori, e i Kalq, con il proprio leader Hafizullah Amin, diedero il via a uno dei regimi più sanguinari nella storia del Paese. Si dice infatti che nei primi mesi furono eliminati quasi 10 mila oppositori, soprattutto mullah ed esponenti di spicco della classe media borghese.

La dottrina Breznev, l’invasione e la sconfitta mai ammessa

Mosca guardava con attenzione e preoccupazione alle vicende afgane e ai rapidi cambiamenti nella regione: l‘Iran si era appena trasformato in una Repubblica Islamica e il Pakistan di Zia ul-Haq, mentre ammiccava agli Stati Uniti, adottava politiche di stampo islamico sempre più conservatrici. Andropov, a capo del KGB, e i vertici militari iniziarono a capire che il supporto sovietico non poteva più essere accomunato a un regime che sistematicamente giustiziava persone nelle strade e conduceva una guerra violenta contro la popolazione. La “dottrina Breznev” permetteva l’intervento, e all’ennesimo rifiuto di Amin di moderare la repressione fu presa la decisione di intervenire.

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I commando sovietici ideati per combattere la guerriglia dei talebani (Fonte: Wikimedia Commons)

La missione, chiamata “Storm 333”, prevedeva un’operazione diplomatica di distrazione del governo e la parallela occupazione militare del territorio afghano. La sera del 24 dicembre le truppe sovietiche si mossero da nord e, con due divisioni meccanizzate e una avio trasportata, completarono la missione. Amin fu ucciso insieme ai suoi ufficiali e alla sua famiglia, giustiziati personalmente da membri del KGB che temevano una possibile contro rivoluzione successiva.

L’Armata Rossa fu chirurgica nell’operare, l’esercito afgano si ritrovò commissariato da un giorno all’altro e il nuovo presidente della Repubblica, Karmal, divenne di fatto un fantoccio nelle mani di Mosca. Gli Stati Uniti, come molti Paesi arabi ed europei, criticarono ampiamente l’azione sovietica e decisero di boicottare le olimpiadi russe del 1980. Tuttavia, allo stesso tempo, sapevano che da quel momento l’opposizione islamica avrebbe avuto mano libera: in queste circostanze iniziò l’operazione Cyclone, il programma di armamento dei mujaheddin ideato da Charlie Wilson e fortemente voluto da Ronald Reagan. 

Mosca fu sconfitta da fantasmi

In Afghanistan ebbe dunque inizio una nuova fase del conflitto civile. Mosca chiedeva al regime di mettere sotto scacco i ribelli islamisti che, a loro volta, erano riforniti dagli USA e dai Paesi arabi del Golfo. La strategia cambiò varie volte. All’inizio i sovietici pensarono di poter sconfiggere i nemici usando le forze afgane, che però si rivelarono totalmente inadeguate. Per questa ragione, dopo il 1983, vi fu una escalation e un massiccio invio di nuovi soldati sovietici; ma neanche questo bastò.

I gruppi di mujaheddin riuscirono a mettere in crisi ogni tipo di offensiva sovietica. La loro capacità di comparire e scomparire nel territorio afgano, la possibilità di trovare rifugi sicuri in Pakistan e Iran, le tecniche di guerriglia avanzate e la totale indifferenza che molti combattenti ostentavano di fronte alla morte misero in grandissima difficoltà le forze dell’Armata Rossa. Le sabbie afgane furono la sconfitta più dolorosa per Mosca, battuta da un drappello di islamisti divisi e litigiosi che agli occhi dei generali russi apparivano come fantasmi, estranei alla loro comprensione e alle regole della guerra del Novecento.

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Mujahedin afghani che attraversano il confine pakistano per trovare rifugio (Fonte: Wikimedia Commons)

Alle difficoltà strategiche bisogna poi aggiungere l’instabilità domestica che l’URSS stava vivendo in quel periodo: la fine dell’era Breznev e l’arrivo di Gorbacev con la perestroika e la glasnost furono tra le cause principali della sconfitta sovietica.

Per queste ragioni, a partire dal 1987 i Sovietici si disimpegnarono lentamente dal conflitto, rimanendo soltanto come garanti dei punti caldi – come gli aeroporti e le strade che conducevano in URSS. Quando nel febbraio 1989 iniziò la ritirata ufficiale, il mondo era ormai cambiato. Mosca era diventata un gigante traballante che a breve avrebbe assistito alla caduta del muro di Berlino, e dell’Afghanistan di due decenni prima non rimaneva che un deserto in rovina dove, tra feriti e morti, si contavano sul campo circa 2 milioni di persone.

Un paradiso di tolleranza è ormai un inferno di violenza

Negli anni successivi il Paese ha continuato a essere vittima di terribili violenze per mano dei Talebani del Mullah Omar, che presero il potere imponendo la Shari’a, e a causa di una nuova invasione, questa volta sponsorizzata dagli USA nel 2001 per stanare Bin Laden.

L’Afghanistan nel 1979 ha cominciato il suo lento percorso di distruzione da cui non è mai uscito. Il senso di identità nazionale che stava emergendo negli anni ’60 e ’70 sotto la monarchia è stato totalmente spazzato via, facendo ripiombare la società nel caos tribale che tuttora vediamo.

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Disegni della Kabul medievale (Fonte: Wikimedia Commons)

Se Kabul è stata ed è tuttora la capitale di un territorio controllato da centinaia di war lords la colpa va imputata a tutti gli interventi internazionali. Questi, attraverso la tecnica del divide et impera, hanno frammentato il Paese rendendo quasi impossibile ricostruire un tessuto sociale, traumatizzato e dilaniato da anni di autobombe, sfiducia e violenze senza pari.

Queste divisioni, acuite dalla fame e dalla povertà, hanno trasformato in un inferno che vive della vendita di narcotici quello che nel Medioevo, grazie proprio alla cultura dell’incontro e della tolleranza tipica della via della seta, era un florido paradiso.

Le similitudini USA- URSS sono una lezione per il futuro?

L’ultima lezione che l’Afghanistan ci fornisce risiede nelle similitudini tra l’invasione del 1979 e quella del 2001. Mosca e Washington hanno ambedue cercato di seguire le stesse strategie, come la decisione di usare piccoli gruppi di truppe specializzate per controllare avamposti e altopiani, o come la volontà di dialogare con alcuni gruppi etnici particolari. Tuttavia, entrambi sono stati incapaci di capire che la soluzione al dilemma afgano non può prescindere da un accordo con gli attori geopolitici limitrofi.

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Soldati americani in azione in Afghanistan (Fonte: Wikimedia Commons)

Gli errori, le difficoltà, i punti di frizione sono stati gli stessi, e tuttora le situazioni si assomigliano. Rimarrà da capire se le vicende finiranno allo stesso modo, con la stessa miopia. I Sovietici si ritirarono nel 1989 firmando gli Accordi di Ginevra con chiunque fosse disponibile a negoziare in quel momento, senza però lasciare alcuna prospettiva per l’Afghanistan e creando le premesse per l’ascesa dei talebani – che di fatto riempirono uno spazio politico lasciato vuoto.

A quarant’anni dall’inizio del conflitto e a trenta dalla sua fine, la domanda che deve guidare coloro che si occupano dei famosi “Taleban Talks” è: in che modo si può lasciare l’Afghanistan senza distruggere ulteriormente questo territorio?

Fonti e approfondimenti:

Franz-Stefan Gady, “30-Year Anniversary of Soviet Withdrawal From Afghanistan: A Successful Disengagement Operation?”The Diplomat, 6 Febbraio 2019.

Gregory Feifer, “The Truth About the Soviet War in Afghanistan”, The Atlantic, 4 Gennaio 2019.

Gregory Feifer, “The Great Gamble: The Soviet War in Afghanistan”, Harper Perennial, 2010.

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