La miglior vittoria è quella ottenuta senza combattere

La Repubblica Popolare Cinese è ormai l’unico vero contendente degli Stati Uniti per l’egemonia in Estremo Oriente. Tramite la sua rigogliosa economia, Pechino cerca di ritagliarsi un ruolo di primo grado nello scenario internazionale. I suoi obiettivi l’hanno poratata a trasformarsi da potenza regionale a potenza globale (almeno per quanto riguarda il piano economico) e l’intensificarsi delle attività cinesi nel Mar Cinese Meridionale, insieme alla creazione della Nuova Via della Seta, non nascondono le ambizioni del Drago asiatico. Gli obiettivi di Washington e Pechino sono ormai in linea di contrasto, con diversi episodi di tensione che ne attestano l’attrito. In questo quadro è necessario considerare il ruolo che la Repubblica Popolare attribuisce alle sue forze armate e quali siano i principi base della dottrina militare cinese.

La spesa militare Cinese

Il budget per la difesa della Cina è in costante espansione; Pechino è seconda soltanto a Washington in termini di spesa militare. Il 4 Marzo del 2017, Fu Ying, Vice Ministro degli Esteri, aveva dichiarato che le risorse allocate dalla Repubblica Popolare per l’ammodernamento delle forze armate sarebbero aumentate di sette punti percentuali per il 2017. Considerando che la spesa militare cinese nel 2016 ammontava a 146.6 miliardi di dollari, si calcola che la cifra stanziata per la difesa per l’anno corrente arrivi a 148.1 miliardi (probabilmente di più se si considera il consueto deficit di trasparenza quando si affronta questo tipo di argomento).

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Sebbene queste cifre possano sembrare astronomiche, è necessario rapportarle al peso totale dell’economia cinese. La Banca Mondiale calcola che le spese militari di Pechino nel 2016 abbiano raggiunto un valore pari all’ 1.9% del PIL totale del Paese, mentre per gli Stati Uniti la cifra ammontava al 3.3% per lo stesso anno. La Cina è quindi ancora lontana dagli USA in termini di spesa, ma la quantità di risorse allocate da Pechino sono commisurate agli obiettivi che si vogliono perseguire.

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La Repubblica Popolare è di fatto impegnata in un lungo processo di modernizzazione delle proprie forze. Nel 2012 la Cina è riuscita a mettere in mare la Liaoning, la sua prima portaerei, seguita da una seconda lo scorso aprile, la Shandong, la quale sarà operativa per il 2019. Pechino sta quindi aumentando la propria capacità di dispiegamento marino e aereo nel tentativo di ridurre la supremazia militare USA nel Pacifico.

Enormi progressi sono anche stati fatti in altri campi, come lo spazio e la guerra informatica. Nel maggio del 2013, secondo gli esperti, la Cina ha testato un razzo progettato per attaccare satelliti nemici ad alta orbita, mentre miglioramenti sono stati raggiunti anche nel campo dello spionaggio informatico.

Cosciente del grande divario tecnologico con gli Stati Uniti, la Cina, nella sua dottrina militare, non si affida più alla forza del numero, in quanto tale approccio non è ormai confacente alle caratteristiche della guerra moderna (ciò era già stato constatato negli anni ottanta con le prime riforme militari di Deng Xiaoping). Il Drago asiatico sembra più che mai deciso a dotarsi di un esercito moderno e capace di tener testa agli USA.

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La Portaerei Liaoning

L’Esercito Popolare di Liberazione

L’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), questo è il nome delle forze armate cinesi, presenta delle caratteristiche uniche che lo differenziano dagli eserciti delle altre potenze e che, in parte, ci aiutano a comprenderne gli scopi:

  1. L’EPL si configura come un esercito di partito. Esso è interamente subordinato alla guida del Partito Comunista Cinese e ai suoi vertici;
  2. La sottomissione dell’EPL al Partito riflette la seconda peculiarità del braccio bellico cinese: lo sviluppo militare della Cina è interamente subordinato all’avanzamento civile ed economico del Paese. La Cina ha imparato dagli errori dell’Unione Sovietica, prediligendo la costituzione di una florida economia civile rispetto alla creazione di un potente esercito. Dopotutto, Pechino considera la guerra come deleteria; la pace è la condizione ottimale per la continua espansione economica della Cina.
  3. L’EPL si è discostato da un modello di comando centralizzato come quello sovietico, prediligendo una struttura più flessibile e adatta a rispondere repentinamente alle esigenze del contesto internazionale. L’EPL si divide quindi in ben sette Comandi di Teatro (CT), ognuno dei quali è responsabile delle operazioni belliche in aree geografiche ben definite. Ciò permette un alto livello di specializzazione nei diversi tipi di operazione. Per esempio il CT del Mar Cinese Meridionale si specializza nel controllo delle vie marittime e negli attachi amfibi.

La Cina ha saputo far tesoro dei passati errori del Cremlino; sicuramente l’EPL ha ancora molta strada da fare in termini di modernizzazione ma la scelta di Pechino di prediligere lo sviluppo civile piuttosto che militare ha contribuito alla sua forza economica.

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Xi Jinping, Presidente del Partito Comunista Cinese nel corso di una parata militare

La Dottrina Militare Cinese

La principale caratteristica della dottrina militare cinese è che essa si configura come intrinsecamente difensiva. Come accennato, la Cina non ha alcun interesse nella guerra; in un contesto bellico Pechino non potrebbe conseguire i propri obiettivi di espansione economica e avanzamento della società civile. L’EPL segue quindi un principio molto semplice: la Cina non attacherà nessun paese se non attaccata. Tale postura si riassume nel concetto startegico di difesa attiva. Ovviamente la possibilità di azioni offensive cinesi non è totalmente esclusa. Pechino, infatti, considera un attacco preventivo come un’opzione attuabile nel caso in cui un avversario avesse già deciso di violare la sovranità della Cina e l’integrità del suo territorio nazionale. Pechino considera anche lecita la possibilità di condurre un conflitto limitato per scongiurarne uno più grande.

In quest’ottica la deterrenza gioca un ruolo fondamentale. Essa si basa su tre condizioni basilari:

  1. Un’adeguata forza di deterrenza: la Cina deve possedere la capacità di rispondere con efficacia ad un attacco esterno e di alzare il costo economico e in vite umane di un conflitto; tutto ciò al fine di far desistere i propri nemici dall’attaccare la Cina.
  2. La determinazione e la volontà di utilizzare la propria forza militare nel caso in cui gli avversari della Cina superino una certa soglia di provocazione. La minaccia dell’uso della forza deve quindi essere credibile.
  3. L’interazione tra chi esercita la deterrenza e l’avversario a cui essa è rivolta: affinché la deterrenza funzioni, è necessario far intendere alla controparte come determinate azioni (pattugliamenti, esercitazioni e mobilitazioni) costituiscano attività regolari ( non straordinarie) finalizzate esclusivamente a deterrere e quindi a difendere e definire gli interessi cinesi, piuttosto che una provocazione.

Sotto l’aspetto dell’interazione, la deterrenza cinese non si sta rivelando impeccabile. Le attività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale sono state interpretate dagli USA come un’aperta provocazione, mentre le azioni di pattugliamento statunitensi in queste acque non hanno fatto altro che aumentare ancora di più la tensione tra le due potenza. USA e Cina concepiscono il concetto di deterrenza in maniera molto simile, ma l’attrito degli interessi strategici dei due Peasi risulta in una difficoltà d’interpretazione delle loro attività militari. Sia Washington che Pechino leggono le azioni della controparte come una sfida alla propria influenza nella regione.

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Soldati cinesi in addestramento

La dottrina nucleare cinese: deterrenza minima

Nel concetto di deterrenza e difesa attiva si inserisce anche l’arsenale atomico della Repubblica Popolare. La strategia nucleare cinese si basa infatti sul concetto di deterrenza minima, vale a dire la capacità di rispondere ad un attacco nucleare lanciando un numero limitato di grandi testate sui centri abitati del nemico, infliggendo così perdite intollerabili. Si tratta anche in questo caso di una strategia totalmente difensiva che esclude la possibilità di un First strike atomico da parte di Pechino (la così detta politica del No-First-Use), mirando invece a scoraggiare un qualunque attacco nucleare. Seguendo tale dottrina, fino agli anni novanta, le principali caratteristiche dell’arsenale atomico cinese erano due:

  1. La Cina aveva a disposizione un limitato numero di missili intercontinentali a testata singola.
  2. L’arsenale nucleare della Repubblica Popolare si basava esclusivamente su sistemi di lancio dispiegabili via mare, mancando quindi di versatilità.

Lo sviluppo di sistemi di difesa antibalistici da parte degli Stati Uniti hanno alterato completamente gli equilibri nucleari tra Pechino e Washington, rendendo l’arsenale cinese meno efficace e aumentando il divario atomico con gli USA.  Lo scudo missilistico statunitense si basa infatti su sistemi difensivi di terra e sui Theater Ballistic Missiles Defence (TMD) dispiegabili via mare. La capacità di questi sistemi (anche se non ancora verificata a pieno) di intercettare i missili avversari durante il loro tragitto o nella fase di lancio, mette in dubbio l’efficacia della dottrina della deterrenza minima, scatenando non poco allarmismo nei quadri dell’ELP e innescando un processo di revisione della dottrina nucleare cinese.

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Un esempio attuale di questa situazione è quello del posizionamento dei THAAD USA (Termianl High Altitude Area Defense ) in Corea del Sud. Sebbene questi sistemi siano stati dispiegati in funzione anti Pyongyang, essi costituiscono anche una minaccia intrinseca per la Repubblica Popolare in quanto vicini al suo territorio nazionale.

In questo nuovo scenario la Cina si è quindi vista costretta a riadattare completamente il proprio arsenale alla nuova capacità difensiva degli Stati Uniti. Negli ultimi anni Pechino ha compiuto diversi sforzi per colmare questo gap, dispiegando nuovi sottomarini nucleari (gli 094) e sviluppando missili di tipo DF-35 armabili con testate multiple. La Repubblica Popolare da potenza nucleare relativamente piccola si sta quindi trasformano in potenza media.

La dottrina militare cinese, sebbene carente in alcuni elementi (interazione e deterrenza nucleare), si presenta come uno strumento adatto a perseguire gli scopi geopolitici di Pechino. Essa, a differenza delle dottrine occidentali, non predilige il concetto di forza o di confronto aperto, ma quello di risposta efficace. La forza militare cinese è uno strumento complementare alla prosperità di Pechino; essa serve a prevenire la guerra al fine di supportare l’espansione economica del gigante asiatico. Progetti infrastrutturali come la Nuova Via della Seta sono il vero mezzo attraverso cui la Cina si impone come potenza globale; la pace è la condizione essenziale per l’egemonia di Pechino. Il pensiero di Sun Tzu (il leggendario stratega cinese del VII secolo a.c.) permea ancora le menti dei dirigenti Cinesi: La miglior vittoria è quella ottenuta senza combattere.

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Soldati cinesi dopo l’addestramento

Fonti e approfondimenti:

http://nationalinterest.org/blog/the-buzz/what-america-can-learn-chinas-peoples-liberation-army-20239?page=3

https://thediplomat.com/2016/04/how-china-fights-the-plas-strategic-doctrine/

https://warontherocks.com/2017/03/peace-through-strength-deterrence-in-chinese-military-doctrine/

http://eng.mod.gov.cn/Database/WhitePapers/2015-05/26/content_4586711.htm

https://chinapower.csis.org/military-spending/

http://english.chinamil.com.cn/view/2016-07/13/content_7153396.htm

http://eng.chinamil.com.cn/view/2017-01/23/content_7462990.htm

http://english.chinamil.com.cn/news-channels/china-military-news/2016-07/30/content_7182049.htm

https://data.worldbank.org/indicator/MS.MIL.XPND.GD.ZS

 

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